La loro colpa? Essersi rifiutate di diventare delle schiave sessuali. Per questo, a quanto riferisce l’agenzia di stampa Ara – Kurdish News Agency, a Mosul 19 ragazze curde sarebbero state bruciate vive e sulla pubblica piazza da miliziani di Daesh, dopo essere rinchiuse in gabbie di ferro.
Le 19 donne trucidate facevano parte di un gruppo più ampio di rapite da Isis nell’agosto del 2014 non lontano da Mosul. Le stime dell’Onu parlano di 3.500 donne yazide nelle mani degli uomini del califfato di Abu Bakr al Baghdadi.
Degli stupri e della schiavitù della donne yazide si parla da tempo, fece molto scalpore un articolo del giornalista del New York Times Rukmini Callimachi, esperto di terrorismo, uscito la scorsa estate dove veniva spiegata come mai prima la “teologia dello stupro” fosse stata messa in pratica dal sedicente stato islamico ai danni di questa minoranza che vive fra Iraq e Siria.
Callimachi raccontava attraverso una serie di testimonianze dirette di ragazze vittime degli abusi dei miliziani di al Baghdadi e spesso quasi bambine o minorenni, riuscite a fuggire per miracolo dalla prigionia, come si perpetrano le violenze e perché queste siano considerate eticamente e religiosamente appropriate dai seguaci dello Stato islamico.
«Prima di stuprare una bambina di appena 12 anni il combattente dello Stato Islamico, prende del tempo per spiegare che quello che sta per commettere non è un peccato, anzi. Dato che la ragazzina professava una religione diversa dall’Islam, il Corano – nella lettura estrema dei miliziani di Daesh – non solo gli da il diritto di abusare di lei, ma addirittura lo incoraggia a farlo» si legge nell’articolo del quotidiano newyorchese.
La dinamica è a dir poco agghiacciante: l’uomo la lega e la imbavaglia. Prima di saltarle addosso e iniziare la sua aggressione, si inginocchia a fianco al letto e prega. Dopo esegue lo stesso rituale per offrire ad Allah la sua macabra, orribile devozione. A lei che urla e grida per il dolore supplicandolo di fermarsi dice che secondo quanto stabiliva la sua fede gli era concesso stuprare un infedele, che quell’atto lo «avvicina a Dio».

Gli yazidi sono una popolazione di lingua curda che vivono per la maggior parte nel nord dell’Iraq, la loro religione è una summa dei vari credi che si sono diffusi in Medio Oriente: islam, cristianesimo, ebraismo e zoroastrismo. E proprio per questo sono considerati i più infedeli fra gli infedeli. Se infatti ebrei e cristiani dei territori conquistati teoricamente possono salvarsi pagando una consistente tassa a Daesh, per gli Yazidi, impuri fra gli impuri, non c’è alcuna possibilità di salvezza e vengono automaticamente declassati a un rango di non umanità. Per le donne in genere però è tutta un’altra storia: anche ebree e cristiane di territori conquistati possono essere stuprate, ma comunque la schiavitù sessuale è destinata solo alle yazide.
Le aggressioni contro questa minoranza iniziarono nell’estate del 2014, con l’attacco al monte Sinjar, e poco dopo, il 3 agosto dello stesso anno, lo Stato Islamico annunciò l’istituzione della schiavitù sessuale. Addiruttura il dipartimento della ricerca e della fatwa dell’ISIS diffuse un vero e proprio manuale di 34 pagine, nel quale indicava le regole per la corretta “gestione” delle schiave sessuali, o meglio delle “sabaya”, come le chiamano i combattenti di al Baghdadi.
L’istituzionalizzazione della tratta ha creato una vera e propria infrastruttura per la gestione delle yazide che dopo essere state rapite e catturate vengono in genere trasportate e stipate in dei magazzini, come fossero una merce, controllate e marchiate. Il male e la violenza vengono burocratizzati con procedure che vengono seguite nei minimi dettagli. Razionalizzati fino a cancellare ogni briciolo di umanità nelle vittime e di colpa negli aggressori che, per lo Stato Islamico, diventano semplicemente i legittimi possessori di un bene di cui possono disporre a loro piacimento. Un bene che può essere legalmente ceduto o venduto tramite un contratto ritenuto legittimo dai tribunali islamici. Non esiste un limite a quello che può essere fatto alle schiave, tutto è permesso, anche stuprare delle bambine se sono delle “sabaya”.
La burocratizzazione della violenza si spinge oltre quando per rendere le schiave più efficienti e utilizzabili a proprio piacimento vengono loro somministrati forzatamente anticoncezionali, ogni donna viene venduta e passata di proprietario in proprietario con la sua scatola di pillole. Secondo un’antica legge islamica infatti un uomo deve assicurarsi che la sua schiava non sia incinta prima di abusare di lei, è così che gli anticoncezionali della “peccaminoso” Occidente vengono in soccorso ai fanatici di Is che possono così portare avanti violenze e brutalità proprie di un mondo arretrato e retrogrado. Preziose in questi termini anche le testimonianze pubblicate recentemente sul blog, sempre del New York Times, “Women in the world”. L’articolo infatti spiega come più di 30 delle Yazide che recentemente sono riuscite a sfuggire a Is hanno raccontato le loro esperienze e descritto l’utilizzo di svariate forme di contraccezione, sia orali che iniettabili. Secondo una clinica delle Nazioni Unite inoltre solo il 5% per cento delle 700 donne yazide ritornate a casa dopo aver subito stupri da parte di Isis erano rimaste incinta.
«Ogni giorno – racconta una delle ragazze – dovevo ingoiare la pillola davanti a lui. Mi dava una scatola al mese. Quando mi ha venduto a un altro uomo, la scatola è venuta con me».
E l’incubo è continuato.

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