Si chiama Where to invade next. È l’ultimo documentario del regista americano Michael Moore, uscito in Italia il mese scorso ( qui la recensione di Left) . Nel film il ineasta si immagina di «invadere» il mondo per conto del Pentagono per «importarne» in patria gli stili di vita, e in particolare l’avanzato sistema di sicurezza sociale. Per l’occasione il giornalista del Guardian Owen Jones, noto anche per il suo impegno a sostegno di Jeremy Corbyn, ha intervistato Michael Moore. Molti i temi dibattuti: Brexit, Bernie Sanders e le responsabilità di Tony Blair nella guerra in Iraq. Ma sopratutto il timore che Donald Trump diventi il prossimo presidente degli Stati Uniti. Ecco cosa si sono detti.

«Tony Blair è più responsabile di George W. Bush per la guerra in Iraq». I liberal sono, secondo il regista, i principali responsabili dello spargimento di sangue del Medio oriente: «da uno come Bush mi aspetto cose del genere. Ma Bush ha potuto fare queste cose perché è stato inaspettatamente sostenuto dalla sinistra, dal New York Times, dal New Yorker magazine, e da Tony Blair. I liberal devono farsi un esame di coscienza», ha concluso Moore.

Ha poi paragonato il Regno Unito che opta per la Brexit ad una squadra della Premier League che può fare una buona stagione senza sforzi ma che decide di autoescludersi: una follia. «Una buona parte dell’opinione pubblica inglese – continua Moore – si sta facendo influenzare dalle idee di Trump. Ma siamo su un’isola, non si possono costruire muri. Si propongono quindi queste soluzioni. E si creano problemi falsi, come l’immigrazione o appunto l’Europa, che distolgono dai veri problemi, che sono la diseguaglianza sociale e lo strapotere dei ricchi. E non a caso Trump è un miliardario».

Durante il colloquio si è parlato molto di The Donald. La possibilità di vittoria del candidato repubblicano alla Presidenza degli Usa è «spaventosa e realistica» per Moore. Che lo definisce «un dinosauro», il rappresentante di un mondo che sta per estinguersi, quello dei «maschi bianchi over 40 che hanno guidato il mondo per oltre 200 anni. Quello dei sostenitori di Reagan, la cui maggior parte è morta». «Ora», invece, «bisogna lasciare posto ai giovani, alle donne e alle minoranze, che rappresentano l’80% delle persone».

Il ruolo dei giovani e Sanders. Moore imputa il successo di Sanders al voto e all’attivismo giovanile: «in base ai sondaggi Sanders batterebbe Trump con un margine molto più alto rispetto a Hillary Clinton. Sanders rappresenta i giovani nati dopo la guerra fredda. Giovani a cui – unico merito della mia generazione – abbiamo insegnato a non odiare i comunisti, chi ha un altro orientamento sessuale o un diverso colore della pelle. I sostenitori di Reagan non ci sono più: questa gente non odia, il mondo è cambiato». E invita Sanders, Moore, a continuare la battaglia contro Hillary Clinton, «alternativa debole al conservatorismo dei repubblicani e di Trump».

E se nel prossimo numero di Left il nostro Martino Mazzonis ci spiega le reali possibilità di vittoria di Donald Trump, «Cosa succede se vince Donald Trump?», chiede Jones a Moore. «Molti si trasferiranno in Canada», scherza il regista-invasore, «e infatti invito il Canada a rivedere la propria legislazione sull’immigrazione».

Questo articolo continua sul numero 24 di Left in edicola dall’11 giugno

 

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