Nel Mediterraneo c’è acqua, sale e adesso ancora più sangue. Chi è partito dalla Libia e dall’Egitto nelle ultime settimane riposa ora nel cimitero degli abissi e delle onde. Una marea umana: di vivi e di morti, dove le cifre aggiornate ora dopo ora fino a qui, dopo cinque naufragi, stimano circa 900 dispersi (Unhcr e Msf). Non solo Eritrea, Nigeria, Gambia: i new comers, i nuovi arrivati, salvati da barche capovolte, in avaria o alla deriva, vengono da Pakistan, Siria, Marocco, Somalia. Dopo la processione dei commenti indignati sui social network, l’oblio degli ultimi naufragi si è assestato intorno al numero 25. Di 25 metri era il peschereccio che è affondato a 75 miglia a sud di Creta, 25 sono i km di spiaggia libica dove 117 cadaveri gonfi d’acqua, in decomposizione, sono tornati indietro. Perché la morte affonda, ma galleggia anche.
Se l’anno scorso la migrazione era mediorientale – Siria, Iraq, Afghanistan – e in arrivo erano i rail people, quelli che seguivano i binari d’Europa a piedi per arrivare al cuore del Nord, quest’anno è africano, e in arrivo è di nuovo il popolo delle boat people. Oltre duecentomila sono arrivati da inizio gennaio 2016 e per dovere o necessità, alcuni continuano a documentarlo. «Le immagini che seguono potrebbero urtare la vostra sensibilità» c’era scritto sui siti prima di vedere le fotografie dei morti, restituiti alla Libia dal mare. Niente urta più niente, quando emergenza, dramma e naufragio sono parole annegate nell’indifferenza.
Dice Z.: «Queste arrivate sono le barche di Abdul Rezak e sopra c’era mio fratello. Di notte non riuscivo a dormire aspettando la sua telefonata. Ho cercato di dissuaderlo, gli ho detto di non venire».

Questo articolo continua sul numero 24 di Left in edicola dall’11 giugno

 

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