Omar Mateen era una figura complessa e contraddittoria. Più particolari emergono sulla vicenda personale dell’americano-afghano 29enne che ha fatto una strage al Pulse, il locale gay di Orlando e più la sua vicenda somiglia a quella del tipico autore di stragi alle quali si assiste periodicamente negli Stati Uniti. Certo la propaganda islamista, certo, il fascino e la retorica del lupo solitario, ma, a meno di clamorose svolte nelle indagini, sembra di capire che l’islamismo radicale dell’Isis sia solo la forma presa dalla rabbia e magari dal conflitto con se stesso che il giovane viveva.
Una serie di testimonianze, infatti, riferiscono ad esempio della possibile omosessualità di Mateen: almeno due persone presenti al Pulse l’altra notte hanno riferito che Omar era presente su Jack’d, una app per incontri omosessuali già un anno fa ed era stato in passato visto al Pulse. Molti mesi fa, non nei giorni scorsi, quando avrebbe potuto essere in loco per organizzare la strage. Samuel King, poi, una drag queen che lavorava come cameriera in un ristorante nei pressi di un posto di lavoro di Mateen racconta di un ragazzo cordiale che mangiava e scherzava spesso e che si fermava spesso a chiacchierare con il personale del ristorante «pur sapendo bene che si trattava di lesbiche».
Poi ci sono le testimonianze dei compagni di scuola, una scuola per giovani con problemi comportamentali, che ricordano come l’11 settembre 2001 Mateen fosse contento e imitasse il rumore degli aerei che cadono sulle torri «Non saprei se lo faceva per attirare l’attenzione, visto che non aveva amici» ha detto uno di loro al Washington Post. Un amico, Kenneth Winstanley, racconta però che Omar non ha mai dato segni di radicalizzazione: «Mi ha spiegato qualche cosa dell’islam, ma sembrava più un fatto di tradizione familiare che non fervore religioso». Tutti dicono che spesso Mateen veniva preso in giro o sottoposto a bullismo per essere l’unico ragazzo di origini straniere della scuola.
La rabbia nei confronti dei colleghi è la ragione per cui Omar avrebbe fatto commenti sull’11 settembre anche con i suoi colleghi di lavoro, commenti che gli costarono un’indagine da parte dell’Fbi. L’agenzia federale ha fatto sapere ieri per bocca del suo direttore James Comey che in quell’occasione vennero fatti tutti i passi per verificare se e come l’assassino di Orlando avesse contatti con organizzazioni terroristiche o radicali. Niente, nemmeno dopo che una finta esca aveva tentato di reclutarlo.
L’Fbi ha in mano anche gli account e il telefono di Omar Mateen, farà una richiesta perché venga decriptato e vedremo se emergeranno particolari su eventuali contatti con reclutatori dell’Isis. Tutto quanto gli investigatori hanno scoperto fino ad ora, sembra però parlarci di una persona piena di contraddizioni e problemi. Anche l’ex moglie ha raccontato di violenze e cambi di umore che non avevano nulla a che vedere con la religione. Del resto, Mateen appare come totalmente americanizzato e viene da una famiglia che anche essa vive senza essere troppo ligia alle tradizioni: le sorelle non si sono mai coperte il capo o il volto con vestiti tradizionali.
Ha un bell’urlare contro i musulmani, Donald Trump, la sua retorica forse pagherà ma in questo caso davvero non sembra aver nulla a che fare con la strage di Orlando. Il lupo solitario Mateen non appare nemmeno come una figura tipica delle periferie europee, che passa dalla marginalità sociale per poi trovare una identità nella religione. Più passano le ore e più la strage di Orlando appare come l’ennesima tragedia americana, quella generata dalla possibilità per chiunque, che abbia problemi di salute mentale o che sia sospettato di terrorismo, di comprare un’arma automatica.

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