Donald Trump proprio non sembra in grado di gestire una campagna elettorale per le presidenziali. Dopo il discorso improbabile e le dichiarazioni a vanvera sui musulmani pericolosi che «arrivano a centinaia e sono potenzialmente più pericolosi del maniaco di Orlando», TheDonald ha deciso di tenere lontani dai suoi comizi i reporter del Washington Post. La ragione l’ha spiegata su Facebook: «Non amo Obama, ma il titolo del Post “Trump suggerisce che Obama sia coinvolto nella sparatoria di Orlando” dimostra quanto quel giornale sia falso».

Non è la prima volta che accade: già Politico.com, Huffington Post, il Des Moines Register dell’Iowa erano stati banditi. Trump, insomma, siccome il giornale diretto da Marty Baron ha deciso di forzare un po’ un titolo sul suo sito, sceglie di imporre una censura preventiva sul giornale politico più influente d’America, uno dei quattro quotidiani più importanti e forse il migliore in quanto a copertura delle campagne elettorali. Cosa farà quando, se eletto presidente, verrà incalzato in conferenza stampa?

Ma veniamo alla sostanza: davvero il titolo del Post era forzato e falso? In parte, ma era un modo di smascherare una modalità di comunicazione del candidato repubblicano. Parlando a Fox News, la Tv all news conservatrice che nutre gli istinti bassi del pubblico americano, Trump ha detto: «Siamo guidati da un uomo che o non è duro abbastanza, o non è intelligente, o ha qualcos’altro in mente…La gente non può credere che il presidente Obama stia agendo nel modo in cui agisce, senza nemmeno menzionare le parole terrorismo islamico radicale». Parlando ancora a Fox News, Trump ha detto: Obama non capisce oppure capisce le cose meglio degli altri, in entrambi i casi è inconcepibile». Capisce le cose meglio degli altri è un’allusione, lo hanno scritto in molti (persino noi su Left), e il Washington Post, facendo quel titolo, prende alla lettera quello che Trump dice tra le righe, per far capire a chi all’idea dell’Obama complice dell’islam radicale crede, ma senza timore di essere smentito per dire qualcosa di simile apertamente.

Il caso, come i precedenti, ci parla di un candidato disabituato a giocare al gioco della politica grande. Le primarie repubblicane sono state difficile da vincere, ma non hanno nulla a che vedere con le elezioni vere. C’è un pezzo di America che si entusiasma alle battute, alle allusioni sessuali, alle allusioni e alle frasi muscolari. Ma non è la maggioranza. Ce lo dice anche un sondaggio di ieri che mostra come, dal giorno in cui ha raggiunto la maggioranza dei delegati democratici, Hillary Clinton abbia guadagnato 5 punti percentuali. Il balzo in avanti avviene prima della strage di Orlando. I prossimi giorni e la risposta dei due candidati ci dirà come ha reagito il pubblico americano. Certo è che Clinton ha dalla sua anche il fatto di essere avvertita – dai suoi critici – come un falco in politica estera. In questo caso e di fronte alle sparate di Trump, avere qualcuno che di questioni internazionali se ne intende e sa di che parla, può essere un vantaggio.

Ma torniamo alla censura: la risposta di Martin Baron, il direttore del Washington Post è stata affidata anche a un tweet: «La decisione di Trump non è altro che il rifiuto del ruolo libero e indipendente che la stampa deve svolgere».

 


C’è un aspetto importante e da non sottovalutare sul ruolo che il Post svolge e riguarda proprio il suo direttore, considerato spesso uno dei migliori in circolazione in epoca contemporanea. Un esempio del lavoro di Baron lo conoscono quasi tutti, se ne è parlato molto nell’anno in corso perché Baron, con la faccia di Liev Schreiber, è uno dei protagonisti di Spotlight, il film sull’inchiesta del Boston Globe sulla pedofilia nella diocesi della città del Massachusetts. Lo scorso anno il giornale diretto ha pubblicato due storie Pulitzer che sono proprio figlie del coraggio di Baron: la rivelazione da parte di Edward Snowden del programma di sorveglianza dell’Nsa, la National Security Agency, in un articolo di Barton Gellman nel 2013, articolo proposto anche ad altre testate e giudicato da altri direttori troppo pericoloso da pubblicare e, di tutt’altra forma, il lavoro di raccolta dati e rappresentazione grafica dei morti afroamericani ammazzati dalla polizia negli ultimi anni con tutti i nomi e tutte le storie. Ora, il Post avrebbe indagato e scavato nella vita e nella politica di Trump comunque. Negli Usa i giornali fanno questo e competono per le notizie. Lo faranno anche con Clinton. Certo è che decidere di dare del falso cialtrone a un direttore coraggioso è un errore. Anche tattico.

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