D’Alema vota Raggi, dice Repubblica. Ma l’interessato smentisce. Eppure il pezzo di De Marchis era pieno di virgolettati, e titolato in prima pagina come fosse un’intervista. Così: “La sfida di D’Alema: «Pur di cacciare Renzi sono pronto a votare anche Raggi»”. Poi abbiamo scoperto che questa cosa non l’ha detta D’Alema al giornalista, neanche magari offrecord, in una confidenza poi pubblicata. È quanto fantomatici amici di D’Alema avrebbero invece detto al giornalista, che però riporta dunque una voce. E servirebbe più prudenza, si può notare, anche perché di amici di D’Alema, o ex amici, è pieno palazzo Chigi. A cominciare da Rondolino, Velardi o Matteo Orfini. Vatti a fidare.

Di polemiche come questa però, per questi ballottaggi ne abbiamo avute varie. Perché il Pd si è inventato questa strategia dell’anti endorsment. Se tutti i “mostri” votano Raggi, allora Raggi (e con lei Appendino) è un mostro. La Lega vota Raggi (e Appendino a Milano), Casa Pound vota Raggi. Non importa che Simone Di Stefano, il candidato dei fascisti del Terzo Millennio, abbia smentito: «Siete pazzi» ha scritto, «Pd e M5s sono pro immigrazione. Io non voto». Tutto fa brodo.

Siccome anche Alemanno ha detto di preferire Raggi la notizia era troppo ghiotta, utile a far passare l’idea che chi vota 5 stelle è un fascioleghista. Dunque voi di sinistra non potete votarli, capito? Voi di sinistra, a cui guardano in queste ore tutti i candidati dem. Merola che firma il referendum contro l’abolizione dell’art.18, Sala che parla solo di sociale e per due minuti dimentica l’Expo. Tanto nell’epoca della politica-rissa vale tutto. Anzi tutto vale pochissimo. Non servono più neanche gli slogan, bastano le battute, le frecciate ripetute sempre uguali durante i confronti tv, mai così abbondanti, e mai così uguali. Giachetti che parla in romanesco, Raggi che gli ricorda il sostengo di Verdini e Cicchitto (il cui endorsement è incredibilmente sbandierato da l’Unità). Come se fosse una cosa bella.

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