Tra premier, seconda divisione e Scottish premiership sono 332 i giocatori europei impiegati da un'industria che garantisce lustro, visibilità e profitti al Regno Unito. Con la Brexit dovrebbero lasciare

In caso di vittoria del Sì al referendum di domani sulla permanenza in Europa la City, centro della finanza mondiale assieme a Wall Street, prenderebbe un colpo terribile. E qualche altra borsa del continente (probabilmente Francoforte o magari Parigi) si troverebbe in eredità almeno una parte dei flussi di capitale, sedi di banche, posti di lavoro collegati alla finanza. Nel settore, a Londra e nel resto del Regno Unito lavorano due milioni e 200mila persone – compresi gli addetti alle pulizie, la sicurezza e mille altri impieghi non finanziari – paga tasse per 66 miliardi di sterline e genera una bilancia dei pagamenti positiva da 72 miliardi. Nel complesso si tratta del 12% dell’economia britannica. E la City ha detto in tutte le forme che è meglio votare per rimanere in Europa.

C’è un altro settore che è contrario all’uscita dall’Europa: il calcio. O meglio, le grandi società della Premier League, una macchina da soldi che funziona bene, attrae investimenti stranieri, vende all’estero, attira turisti, piazza merchandising e contribuisce all’appeal della Gran Bretagna nel mondo. Come i pub, i cappelli della regina o  i doubledecker rossi che circolano per Londra.

La League, poi, è bene ricordarlo è solo inglese, e l’Inghilterra è la parte dell’isola che con più forza vuole lasciare il continente alla deriva – in caso di Sì i nazionalisti scozzesi, che hanno il loro campionato di calcio, hanno promesso un nuovo referendum di separazione dal Regno. I ricavi della premier sono colossali e in parte dipendono dai diritti Tv venduti ai quattro angoli del pianeta. Con più squadre diventate competitive – Leicester, West Ham, ecc. – c’è anche più divertimento e attrattiva che non negli anni di dominio del Manchester United.

Secondo Deloitte, che redige un rapporto annuale sull’economia del calcio europeo, nel 2014/15 i club di Premier League hanno generato un fatturato di 3,3 miliardi di sterline; in crescita del 3% rispetto al 2013/14 e per la prima volta si tratta di guadagni in ogni settore: biglietti venduti, sponsorship, diritti Tv.

Come si legge nel rapporto, alla fine del primo tempo della seconda partita di stagione, i diritti Tv pagati erano di più di quelli generati da tutte le partite della stagione 25 anni fa. Le sei squadre più ricche, l’anno scorso hanno guadagnato più di tutta la prima serie nel 1991/92.  La Premier – a cui va aggiunto il campionato scozzese, molto meno ricco, ma non poverissimo –  da sola vale 4,4 miliardi di euro, come Bundesliga e Liga spagnola messe assieme.
Ma che c’entra l’Europa con la League? Lo ha spiegato bene David Beckam nel suo appello per il No: negli anni ho giocato con grandi campioni che hanno fatto grande il nostro calcio e giocato in squadre europee che mi hanno fatto grande.

Insomma, se l’isola decidesse di andarsene per conto suo, addio libera circolazione dei lavoratori, calciatori compresi. Qualche esempio tra coloro che brillano agli europei: Eden Hazard, stella della nazionale belga battuta dall’Italia agli europei e centrocampista del Chelsea; il francese N’golo Kanté, attaccante del campione Leicester e della nazionale e il suo compagno ne le bleues, Dimitri Payet, che in Inghilterra gioca nel West Ham. O ancora il tedesco Mesut Ozil. L’elenco potrebbe essere infinto, in totale, tra stelle e seconde file, i giocatori europei che militano tra Premier e seconda divisione (e in Scozia) sono 332, scrive la Bbc. La cosa non sarebe retroattiva, certo, ma il meccanismo si incepperebbe.

La regola oggi dice che il permesso di lavoro per i calciatori non europei è automatico solo nel caso in cui questi siano un talento riconosciuto nel loro Paese – un giocatore della nazionale, ad esempio. Bene, di tutti i giocatori che attualmente militano nei campionati britannici solo 23 europei risponderebbero a questi criteri. Cento giocatori di Premier dovrebbero lasciare, con il Newcastle, l’Aston Villa e il Watford che ne perderebbeor 11 ciascuno. Nessuno straniero della Scottish premiership potrebbe rimanere. Per questo tutti i club di premier sono contrari alla Brexit: con l’addio all’Europa il giocattolo fruttifero si potrebbe rompere. E senza stranieri l’appeal del campionato britannico potrebbe scemare: il pubblico si innamora e segue personaggi, giocatori del proprio Paese e così via: se Ranieri non fosse stato italiano quanto avremmo parlato del Leicester sui media italiani?

Certo, il calcio è un’industria speciale e in caso di vittoria del Sì, Premier League, Home Office e Uefa cercherebbero subito una qualche forma di soluzione. Ma ce n’è una capace di non finire sotto una valanga di ricorsi? Per qualche anno – e gli anni sono miliardi – le cose cambierebbero per certo. Oggi i giocatori Ue godono di un accesso privilegiato perché sono lavoratori all’interno di uno spazio comune. Fuori da quello, regole speciali per gli europei potrebbero rappresentare violazioni dei trattati internazionali. A quel punto, i vari magnati del calcio britannico, specie gli stranieri, dovrebbero ricostruire vivai, puntare sui giovani e così via.

Per la nazionale inglese forse sarebbe una manna – ma l’afflusso di stranieri ha svecchiato il gioco dei club e delel nazionali d’Oltremanica – per le tasche dei vari Abramovic, della famiglia Srivaddhanaprabha proprietaria del Leicester e per il governo cinese, che ha in mano il 13% del Manchester City assieme a Mansour bin Zayed, non sarebbe un programma allettante: meno prestigio, meno vetrine e meno guadagni.

Su Left n. 25 di parla di Brexit trovate un reportage da Dover, un’intervista a Vincenzo Visco sulle conseguenze economiche, un’analisi sulla situazione politica di Dario Castiglione e il punto da Londra di Massimo Paradiso

 

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