«Serve una figura che si occupi del Pd a tempo pieno». Questa è la frase principale dell’intervista rilasciata da Massimo D’Alema al Corriere della Sera. Quello è il centro, al netto della promessa di votare “no” al referendum costituzionale di ottobre. È la frase che interessa la minoranza dem, che vorrebbe proprio convincere Renzi ad abbandonare l’idea della figura unica del segretario-premier, idea veltroniana che caratterizza il Pd sin dalle origini. Renzi però non è tipo disponibile e i suoi (Latorre per primo) dicono che proprio non si può snaturare il partito. Sereni dice che «non è certo quella la soluzione».

E la minoranza dem, infatti, non ci crede: «Solo un congresso può modificare lo Statuto», riconosce Gotor. E solo Davide Zoggia si ostina a chiedere le dimissioni – da segretario – del premier. Gli altri sono più miti, quasi fermi, e puntano più su un rimpasto nella segreteria. Per fare che? «Faremmo come i vecchi democristiani» avvisa Enrico Rossi, che ancora una volta è su una posizione a metà. Critico con Renzi ma ben lontano dalla minoranza. «Lo facevano i democristiani quando si accorgevano di essere un po’ in crisi al governo». Ed è però esattamente quello che sta succedendo a Renzi. Su cui pesa oggi pure il giudizio di Prodi, che si è scoperto attento al tema della «redistribuzione del reddito»: «Al momento si sente la mancanza di risposte che affrontino il problema delle paure», dice. Spera dunque la minoranza, ma non azzarda né si aspetta troppo. «Renzi da noi non vuole farsi aiutare», è il commento a microfoni spenti. Ma forse, pensando al congresso, è meglio così.

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