Secondo il World Economic Forum, l’Italia perderà la metà dei suoi posti di lavoro nei prossimi cinque anni. Anche per incapacità di usarli per valorizzare le competenze culturali, archeologiche di storia dell’arte che abbiamo e che, sempre di meno trovano impiego. Colpa del blocco del turn over, delle assunzioni bloccate da anni nelle soprintendenze che sono state depauperate di finanziamenti e competenze, dal momento che, sempre più, chi va in pensione non viene sostituito ed è venuto meno il passaggio di competenze da generazione a generazione. A questo quando che abbiamo più volte denunciato raccogliendo la voce di studiosi come Settis e Montanari, assai critici verso l’attuale riforma Franceschini, si aggiunge un fattore globale come quello dell’avanzata di grandi gruppi che gestiscono servizi prodotti da altri, speculandoci. Pensiamo per esempio a facebook che il sito di informazione più frequentato, senza produrre proprio contenuti giornalistici ma basandosi sulla condivisione di contenuti di altre testate rilanciate dagli utenti del social network di Zuckerberg. È il lato b della sharing economy.

Che accanto a tanti vantaggi, sfruttando e alla fine indebolendo la forza contrattuale di chi produce cultura. Sempre stando agli economisti del Wef questa skill distruption (alla lettera distruzione di competenze) costa all’Italia il 48% dei posti di lavoro tra il 2015 e il 2020. Una tendenza che si potrebbe contrastare se riuscissimo a tutelare e a valorizzare ( i due aspetti sono inscindibili a nostro avviso) il patrimonio culturale italiano, dando finalmente piena applicazione all’articolo 9 della Costituzione che tutela paesaggio e beni culturali legandoli alla ricerca e alla conoscenza.

«La cultura dalla radici antiche è oggi un importante volano per la crescita del Paese», ha detto Ermete Realacci presentando La Fondazione Symbola nel rapporto 2016 Io sono Cultura, l’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi fotografa lo stato dell’arte della produzione culturale oggi in Italia, proponendo di puntare sulla green economy per mettere in sicurezza e far conoscere la bellezza e la varietà del paesaggio italiano. Meno convincenti forse le proposte che riguardano il patrimonio artistico considerato nelle sue potenzialità solo dal punto di vista della valorizzazione, parola chiave della Riforma Franceschini, ma anche diventata sospetta da quando il premier Renzi parlò del suo interesse verso i musei come «macchine per far soldi» evocando modelli di sfruttamento intensivo senza badare ai rischi.

Il punto di forza del Rapporto Symbola, in ogni caso, è la fotografia che offre dell’Italia che produce cultura. Diamo dunque una rapida occhiata al quadro, in modo che ognuno poi possa trarne le considerazioni che ritiene più opportune. Il primo elemento da ricordare è che nel sistema culturale lavora un milione e mezzo di italiani, il 6,1% dell’occupazione. Secondo i dati raccolti in questo studio, realizzato da Fondazione Symbola e Union camere in collaborazione con la regione Marche, «la cultura è uno dei motori primari della nostra economia.

Al Sistema Produttivo Culturale e Creativo (industrie culturali, industrie creative, patrimonio storico artistico, performing arts e arti visive, produzioni creative-driven) si deve il 6,1% della ricchezza prodotta in Italia: 89,7 miliardi di euro». Ma l’aspetto da considerare è anche che la cultura ha sul resto dell’economia un effetto moltiplicatore pari a 1,8: in altri termini, per ogni euro prodotto dalla cultura, se ne attivano 1,8 in altri settori. Gli 89,7 miliardi, quindi, ne “stimolano” altri 160,1, per arrivare a quei 249,8 miliardi prodotti dall’intera filiera culturale, il 17% del valore aggiunto nazionale, col turismo come principale beneficiario di questo effetto volano.

In questo quadro è soprattutto il centro Italia a guidare la classifica delle macro aree più attive in questo settore: cultura e creatività producono il 7,5% del valore aggiunto totale dell’economia locale. Seguono il Nord-Ovest, che attraverso l’industria culturale e creativa genera il 7,1% del suo valore aggiunto e il Nord-Est, che sempre dal settore delle produzioni culturali e creative vede arrivare il 5,8% della sua ricchezza. Il gap si riscontra nel Mezzogiorno, dove l’industria culturale produce il 4,3% della sua ricchezza. Se guardiamo invece alle singole regioni, a sorpresa, in vetta alla classifica si trova il Lazio ( con l’8,9%), Lombardia (7,5%) e Piemonte (7,1%); quarta la Valle d’Aosta (6,6%) e quinte le Marche (6,2%), seguita – come era facile immaginare- da Emilia Romagna e Toscana (entrambe al 6%) e poi Friuli Venezia Giulia (5,7%), Veneto e Trentino Alto Adige (il 5,6%).

Considerando, invece, l’incidenza dell’occupazione delle industrie culturali sul totale dell’economia regionale la classifica subisce qualche variazione: in vetta c’è il Lazio, seguito Lombardia e Valle d’Aosta, rispettivamente con il 7,8%, il 7,6% e il 7,3%; quindi Piemonte (7%), Emilia Romagna e Marche (attestate al 6,6%), Trentino Alto Adige (6,5%), Veneto, Toscana e Friuli Venezia Giulia (tutte e tre al 6,3%).

La provincia di Milano è al primo posto in Italia sia per valore aggiunto che per occupati legati alle industrie culturali e creative (rispettivamente 10,4% e 10,5% del totale dell’economia provinciale). Nella classifica provinciale per incidenza del valore aggiunto del sistema produttivo culturale e creativo sul totale dell’economia, seguono Roma, attestata sulla soglia del 10%, Torino al 9,1%, Siena all’8,5% e Arezzo al 7,8%. Quindi Firenze con il 7,5%, Modena e Ancona entrambe al 7,2%, Bologna con il 7,1% e Trieste al 6,7%. Dal punto di vista dell’incidenza dell’occupazione del sistema produttivo culturale e creativo sul totale dell’economia, come anticipato, è sempre Milano la provincia con le migliori performance. Ma subito dopo troviamo Arezzo (9%), Roma (8,8%), Torino (8,5%), Firenze (8%), Modena (7,7%), Bologna (7,6%), Monza-Brianza e Trieste (entrambe al 7,5%), Aosta (7,3%).

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