Il caporalato è la drammatica punta dell’iceberg. E la repressione una risposta necessaria ma non sufficiente. L’analisi della filiera agricola contenuta nel secondo rapporto #FilieraSporca presentato oggi a Roma traccia il quadro di un pezzo importante dell’economia italiana caratterizzato da pesanti sacche di sfruttamento ai danni di braccianti – tra cui anche i migranti in attesa del riconoscimento del diritto d’asilo –  e piccoli produttori, anche in virtù della crisi di alcuni comparti come quello agrumicolo e dell’assoluta mancanza di trasparenza lungo tutta la filiera.

Rifugiati sfruttati

La raccolta dei Rifugiati. Trasparenza di filiera e responsabilità sociale delle aziende, si intitola quest’anno il report realizzato da Terra! Onlus, Associazione daSud e Terrelibere.org. Il numero di Left disponibile online da domani e in edicola sabato, dedica un approfondimento al tema, con l’analisi e le proposte di esperti e attivisti, anche alla luce dell’indagine di #FilieraSporca, disponibile sul sito www.filierasporca.org. In provincia di Catania, denunciano le associazioni promotrici del dossier, la raccolta delle arance durante la stagione appena terminata è stata effettuata anche con l’impiego di richiedenti asilo ospitati nel Cara di Mineo. «Non hanno il permesso provvisorio di lavoro – spiegano a Left – eppure abbiamo raccolto testimonianze che confermano che lavorano nei campi per 10 o 20 euro al giorno quando va bene».

Arance in ginocchio

#FilieraSporca ha realizzato anche un approfondimento sulla composizione del prezzo delle arance, che quest’anno – anche a causa delle condizioni meteo che hanno alterato la caratteristica colorazione della varietà Tarocco – ha raggiunto il minimo storico di 7 centesimi al chilo pagati dall’industria dei succhi (quelle fresche finite sui banchi di mercati e supermercati vengono pagate intorno ai 17 centesimi al chilo). «Senza il lavoro di quei migranti, pagato una miseria, forse quelle arance non sarebbero nemmeno state raccolte», spiega Fabio Ciconte, portavoce di Terra! Onlus.

Concorrenza al ribasso

A contribuire alle cifre così irrisorie incassate dai produttori sono anche l’imposizione del prezzo di vendita da parte della Grande distribuzione e l’aumento dell’importazione di agrumi da Paesi come Egitto, Marocco e Spagna, a prezzi molto ridotti. A fronte di ciò, la regione agrumicola italiana per eccellenza, la Sicilia, affronta il mercato «assecondando la concorrenza al ribasso e puntando su prodotti di scarso valore e non su qualità e specialità. Così, a farne le spese sono innanzitutto i lavoratori, su cui si scarica gran parte del peso di questi problemi» prosegue Ciconte. Il rapporto racconta infatti come, alla luce dei diversi fattori, il lavoro dei raccoglitori venga pagato 8 o 9 centesimi al chilo se regolare, scendendo a 4 o 5 quando invece a 4 o 5 e anche meno se irregolare.

IL COSTO DI 1 KG DI ARANCE FRESCHE
Costo arance

Il peso dei big

#FilieraSporca ha anche invitato un questionario sulla trasparenza di filiera a 10 gruppi presenti in Italia: Coop, Conad, Carrefour, Auchan-Sma, Crai, Esselunga, Pam Panorama, Sisa Spa, Despar, Gruppo Vegè e Lidl. Le risposte sono pervenute solo da Coop, Pam Panorama, Auchan-Sma e Esselunga. Conad ha spiegato di «non essere molto interessata a questo tipo di operazioni». La Coop inoltre risulta il distributore di arance e derivati a marchio più trasparente, seguito da Coca Cola, Auchan e Pam. «Questo dimostra che serve una legge sulla trasparenza – commenta Fabio Ciconte -:accanto alla repressione di frodi e illegalità, bisogna introdurre un’etichetta narrante collegata a un elenco pubblico dei fornitori, in modo da conoscere per quante e quali mani è passato il prodotto che consumiamo. Senza le attuali opacità si ridurranno anche le innumerevoli occasioni di sfruttamento che raccontiamo nel nostro rapporto».

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