Gran parte del dibattito sulla revisione costituzionale in atto tende a concentrarsi su aspetti caratterizzati da estremo tecnicismo, mentre la discussione condotta sui mezzi di informazione procede, all’opposto, per slogan e prese di posizione precostituite.

Vorrei partire da queste ultime per arrivare, attraverso l’esposizione di dati di fatto e al loro inquadramento sistematico, alla dimostrazione della loro inesattezza.

Il primo punto ha a che fare con le premesse della riforma. Abitualmente, nel discorso pubblico, chi ne sostiene la necessità dà per scontato il fondamento di tale affermazione. Eppure, se dovessimo girare per le strade chiedendo agli italiani quali sono i temi sui quali è indispensabile intervenire con urgenza, le risposte riguarderebbero il lavoro, la crisi del sistema industriale, le pensioni o l’immigrazione, l’organizzazione dei servizi sanitari, dell’istruzione, oppure il carico fiscale insostenibile da un lato e la diffusa evasione dall’altro. Di una cosa possiamo essere certi: che il bicameralismo, il riparto di competenze tra Stato e Regioni o l’eterno dilemma tra sistemi elettorali maggioritari o proporzionali non sono argomenti ritenuti interessanti al di fuori di una ristretta cerchia.

Sostengono però i riformatori che proprio il diabolico intreccio tra bicameralismo paritario e sistema elettorale avrebbe sinora paralizzato il Governo, impedendogli di agire come dovrebbe e saprebbe per risolvere i problemi sopra elencati. Insomma, la diagnosi sarebbe semplice e la terapia obbligata: le istituzioni sono paralizzate a causa del Parlamento-palude, perciò razionalizzare la struttura, semplificare le procedure consentirebbe di liberare finalmente le energie del Governo, finora ostaggio impotente di un Parlamento rapace ma inerte, il Parlamento dei fannulloni quotidianamente irriso su tutti i mezzi di comunicazione.

È allora necessario verificare quanto, di tutto ciò, corrisponda al vero. Propongo qui l’analisi dei dati sulla produzione normativa della legislatura in corso, premettendo che non si discosta significativamente dalle precedenti: il discorso che svolgerò non si riferisce tanto all’attuale Parlamento o al Governo in carica, quanto ai rapporti tra potere legislativo ed esecutivo nell’attuale assetto costituzionale.
Cominciamo dai “fannulloni”. Gli atti normativi primari, in tre anni, sono stati 420, pari a una media di 11,67 al mese. In sostanza, più di uno ogni tre giorni. Ma, si dirà, tra di essi la maggioranza proviene dal Governo. Osservazione interessante, sulla quale ritorneremo presto. Per ora, limitiamoci a rilevare che la produttività è tutt’altro che scarsa. Anzi, proprio questo dato conforta un’affermazione di segno opposto che spesso sentiamo fare: si producono troppi atti normativi rispetto alla reale necessità.
Dunque, questo Parlamento inerte, che dovrebbe essere drasticamente riformato per diventare più rapido ed efficiente, produce già oggi molte leggi, forse addirittura più di quelle che dovrebbe. Più della quantità, è importante e grave il problema della qualità della nostra legislazione, che però non si presta a semplificazioni né ad un approccio grossolano.

Si potrebbe a questo punto obiettare – come fanno i sostenitori della Grande Riforma – che proprio la pervasività della produzione parlamentare, eccessiva in quantità e discutibile in qualità, inibisce gli sforzi del Governo che, se potesse avere gli ampi poteri di cui “altri” esecutivi dispongono, saprebbe senz’altro far fronte alle gravi difficoltà attuali. Eppure l’attuale assetto costituzionale consente già oggi al Governo di sostituirsi sistematicamente al titolare della funzione legislativa, ed il Governo infatti ne approfitta. Rispetto alle quattro categorie di leggi, solo una categoria è di provenienza parlamentare: 220 dei 420 atti totali sono del Governo.
Il “debole” Governo italiano dispone in realtà di poteri normativi che i governi forti cui spesso si fa riferimento non hanno mai avuto.

Non è così per l’esecutivo statunitense, che non ha nessun potere di normazione primaria e che è stato severamente bacchettato dalla Corte Suprema ogni volta che ha tentato di appropriarsene anche in modo indiretto. Non è così per i governi britannico e tedesco che – in regimi parlamentari come il nostro – non dispongono della decretazione d’urgenza, potendo soltanto chiedere deleghe al legislatore. Tra i regimi parlamentari europei, solo il Governo spagnolo ha un potere di decretazione d’urgenza, soggetto a decadenza entro 30 giorni (anziché i nostri 60) e con esclusione di un insieme di materie che il costituente ha ritenuto “sensibili”. Ma non è tutto, perché a questi poteri di intervento sulla legislazione si aggiunge il controllo sull’attività interna al Parlamento.

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