Il dato elettorale spagnolo conferma senza stravolgere il risultato del 2015, ossia un Paese diviso in molte parti, con i due partiti tradizionali che hanno perso peso, ma non continuano a perderne, anzi, e le due grandi novità che si confermano, ma rimangono al palo. Il premier uscente (e supplente in mancanza di nuove maggiorane) Mariano Rajoy è il vincitore delle elezioni: il suo PP cresce sia in termini di seggi, che percentuali (oggi 33%, sei mesi fa 28,7%) più di quanto non perda il più piccolo e centrista dei due nuovi schieramenti politici spagnoli, Ciudadanos. Il partito di Rajoy aumenta i voti, unico partito, nonostante il calo degli elettori: lo spostamento vero di ieri, oltre a a un po’ di voti persi da Ciudadanos e da UnidosPodemos, è questo. Il PP supera anche i socialisti in Andalusia, un sorpasso significativo – dove non è primo non è il Psoe a primeggiare.


L’avanzata del PPE non trasforma però gli equilibri parlamentari e rende lo stesso difficile il formarsi di una coalizione di centrodestra o comunque una maggioranza appesa a un filo. Per ottenere astensioni o formare una maggioranza, il primo partito votato dovrà cedere, negoziare. Ma quanto e su cosa? Rajoy per ora ha detto che il suo partito sarà all’altezza delle aspettative e si è detto felice che in Spagna abbiano «vinto i democratici e gli amanti della libertà».
L’alleanza di sinistra Unidos Podemos si conferma al millimetro in termini di seggi alle Cortes di Madrid, ma cala in termini percentuali di voto di Podemos e Izquierda Unida, anzi perde un paio di punti e molti voti. «Non sono buoni risultati, né quel che ci aspettavamo», ha detto alla stampa il direttore della campagna di Podemos Íñigo Errejon, primo a parlare, ribadendo che la mano tesa al Psoe per formare una coalizione resta nonostante la delusione – che comunque giunge nonostante una sostanziale tenuta. Il patto Unidos Podemos non è riuscito a portare più gente alle urne o a confermare i propri voti. La chimica dell’alleanza non ha funzionato e la sinistra (Psoe compreso) dovrà ragionare su cosa fare in futuro.

Nonostante il risultato non sia quello sperato, l’alleanza sembra destinata a durare: a domande diretta, Pablo Iglesias ha risposto: «L’ho già detto: sì». Se ci sono stati spostamenti siginificativi oltre ai voti in uscita da Ciudadanos verso il PPE, lo sapremo nelle prossime ore, quando avremo delle analisi. Certo che il sorpasso ai danni del Psoe non c’è stato e che i voti presi nel dicembre 2015 non si sono sommati ieri notte.

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Il leader del Psoe, Pedro Sanchez ha risposto, per ora, con un attacco diretto a Iglesias: «Potevano votare un governo progressista, che mandasse a casa Rajoy, non lo ha fatto per ambizioni personali». Paese. Intanto il Psoe, che non viene superato, ma perde seggi e voti (non percentuale) rispetto al peggior voto della sua storia. Il non sorpasso diventa motivo di gongolare. Un po’ poco. I toni duri di Sanchez fanno pensare a una prima apertura a un governo ampio per “riforme” con Rajoy e Rivera. O qualcosa di simile. A sinistra la porta sembra chiusa. Vedremo i dati sul voto dei giovani e se siamo davanti a un altro voto in stile Brexit, con le generazioni più adulte contrapposte nell’urna ai giovani, ma il traffico sui social network evidenzia una gran delusione di molti under30.

Per ora insomma le posizioni sono ferme e Ciudadanos, eventuale alleato possibile di Rajoy, vede accrescere il suo peso politico nonostante il calo di consensi. Rivera ribadisce: «il centro è vivo ed esiste, ma dobbiamo ragionare sul perché non siamo riusciti a portare i nuovi elettori di nuovo a votare». Rivera parla di legge elettorale ingiusta, cita numeri e sembra chiedere, appunto, una nuova legge elettorale e un ricambio molto forte nell’eventuale governo che dovrà appoggiare: «non vogliamo corruzione (leggi PPE) e non vogliamo populismo (leggi Podemos). Detto da Rivera è poco credibile: «A Psoe e PPE dico: sediamoci attorno a un tavolo, ma se si parla di poltrone noi non ci stiamo». Ciudadanos prega che PPE e Psoe un invito lo facciano.

L’unica grande novità del voto sta nel calo dell’affluenza alle urne, a dire il vero scontata, che votare due volte in pochi mesi senza che il quadro politico sia sostanzialmente cambiato, non invita i cittadini a pensare che votando daranno una svolta alla situazione del Paese.

Dalla vittoria di Gonzalez nel 1979 a oggi, il calo della partecipazione al voto

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