L’80 per cento dei deputati laburisti ha votato una mozione di sfiducia contro Jeremy Corbyn. Un pessimo risultato per i vincitori di questo scontro e per lo stesso leader del partito, che ora si trova in una posizione di estrema debolezza. Quella del partito degli eletti del Labour è una rivolta che cova da lontano: ai Comuni la maggioranza è rappresentata da figure cresciute nel partito di Tony Blair, prima, e di Ed Milliband, poi (il secondo non un seguace di Blair, ma non una rottura con il leader precedente).

Pochi minuti dopo il voto, il leader del partito eletto con il 60% dei voti dalla base, ha diffuso un comunicato nel quale si invita il Labour a rimanere unito, si elencano alcuni successi e si segnala come gli avversari politici e il governo Cameron siano in enorme difficoltà per non avere un piano sulla Brexit. Nel testo Corbyn non nomina il voto dei parlamentari e invita tutti ad allinearsi. Ancora una volta, anche a causa delle trame ordite contro di lui da una parte di coloro che gli hanno votato contro, Corbyn si segnala per la scarsa capacità di mediare, negoziare con coloro che non stanno con lui. In una dichiarazione successiva dice che «non tradirà» il voto degli elettori. Che ieri si erano radunati fuori da Westminstr per manifestare solidarietà al loro leader.

I sostenitori di Corbyn e lo stesso leader laburista definiscono questo un golpe e ricordano come le regole del partito siano molto chiare: a scegliere il capo e il futuro candidato alla premiership è la base, non gli eletti. Anche sui social networks, molti dei giovani che hanno dato un contributo fondamentale alla sua campagna – e che si sono iscritti al partito per votarlo – urlano al colpo di mano. In effetti un piano per fare fuori Corbyn dopo il referendum e accusandolo di scarsa leadership sull’Europa c’era. E il leader laburista ha dato una mano, non impegnandosi granché nella battaglia contro l’uscita dall’Europa. Corbyn è stato criticato anche da Owen Jones, il giovane intellettuale e giornalista che ha fatto molta campagna per lui. I numeri, dice Jones, non parlano a favore di Corbyn. Jones non chiede però le dimissioni, ma una riflessione sul futuro da parte di tutti.

Certo è che a questo punto un nuovo voto per la leadership laburista è scontato. E c’è anche chi mette in dubbio che il capo del partito possa concorrere: per avere il proprio nome sulla scheda servno 50 firme di parlamentari, e Corbyn ha preso 40 voti. Difficile arrivare a non far concorrere il capo del partito eletto dal 60% degli iscritti, se vuole concorrere. Sarebbe un segnale pessimo mandato a chi ha votato Corbyn e non aiuterebbe un partito già messo molto male a causa del risultato del referendum per il quale si è speso poco, che ha perso e che ha visto gli elettori delle zone tradizionalmente rosse votare per l’addio all’Europa.

Cosa succede ora lo sapremo nelle prossime ore, tra gli sfidanti di Corbyn ci saranno il numero due del partito Tom Watson – eletto anche lui, le cariche elettive si votano separatamente – e Angie Eagle, ministra del governo ombra dimissionaria e una delle due deputate apertamente omosessuali elette ai Comuni. La verità è che il clima è disastroso e che i laburisti si stanno cacciando in un pantano da soli, proprio mentre i conservatori si apprestano anche loro a una battaglia interna sul futuro, l’identità del partito e la leadership. Un po’ di unità a sinistra, per una volta, avrebbe giovato.

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