Banche, Onu e Migranti: Renzi prende tre sberle, scrive il Fatto Quotidiano. È vero o non è vero? Sulle banche, toni a parte, concordano tutti. “Merkel frena Renzi”, Repubblica. “Sfida sulle banche tra Roma e Berlino”, Corriere. Ricordo i fatti: le banche italiane sono in sofferenza, come si vede -se non altro- dall’andamento della borsa di Milano, e il governo vuole “salvarle”. Lo farebbe con soldi dei contribuenti italiani ma chiede all’Europa di poter infrangere la regola del bail in, secondo cui prima che uno stato paghi, devono pagare, se non i piccoli correntisti, almeno gli azionisti e i possessori di obbligazioni. Il governo teme di essere travolto dalla rabbia dei piccoli investitori sul lastrico. Merkel risponde: “non cambiamo le regole ogni due anni”, la Stampa. Quale sia la replica di Palazzo Chigi si evince dalla prima pagina del Sole24Ore: “banche tedesche vulnerabili”, secondo un rapporto del Fondo monetario internazionale. Vulnerabili perché hanno in pancia più derivati di quanto non ne abbiano le italiane. Mal comune mezzo gaudio? Non vedo il gaudio: un intervento europeo su tutte le sofferenze bancarie, che venisse a sommarsi a quel che già fa la BCE, dandogli denaro a tassi negativi, avrebbe un impatto fortissimo sulle finanze pubbliche e sulla pubblica opinione. Perciò Merkel preferisce lasciare sulla graticola gli istituti troppo piccoli e per niente competitivi: il bail in può essere considerata una regola ingiusta, se si ammette -come è vero- che molti investitori siano stati truffati, ma nell’idea tedesca, frena una condotta ancora più discutibile: quella per cui paga sempre Pantalone, cioè lo stato. Per quanto riguarda il consiglio di sicurezza dell’ONU, l’Italia puntava al seggio ma ha ottenuto un mezzo seggio, se lo dovrà spartire con l’Olanda. E sugli aiuti per i migranti, un altro rinvio.

Al capezzale di Berlusconi. Sallusti, direttore del Giornale, fa intervistare Luigi Di Maio, candidato premier in pectore dei 5 Stelle. Ecco il titolo: “Noi grillini e gli elettori moderati, quante affinità su tasse e migranti”. Messaggio chiaro: meglio unirsi al diavolo che sottostare al Renzi. “Berlusconi ritorni alla politica e aiuti il governo” dice invece alla Stampa Felice Confalonieri. Intanto Alfano vorrebbe convergere su un candidato comune di tutto il centro destra per le elezioni del successore di Crocetta, elezioni previste in Sicilia nel 2017. Intanto (sempre Alfano) promette crisi di governo se Renzi non cambierà l’Italicum.

Cambi all’Italicum, il premier apre, assicura l’oracolo della retroscenista Maria Teresa Meli. Solo che, come talvolta succede, il responso dell’oracolo è, questa volta, piuttosto confuso. Renzi cambierebbe, ma solo dopo la vittoria dei sì al referendum. Purtroppo (per la Meli) Sinistra Italiana ha ottenuto che già la Camera discuta a settembre (prima del referendum) una sua mozione sull’incostituzionalità della legge elettorale. Così la polemica scoppia ora e non sarà facile rinviare le scelte per non disturbare il voto referendario. Gotor, voce dei bersaniani, dice a Repubblica che “quel sistema (dell’Italicum, cioè premio di maggioranza e ballottaggio per il premier, capolista bloccati) va completamente rifatto”. Ceccanti, uno dei più disastrosi consiglieri delle sgangherate riforme Renzi, dice invece alla Stampa che “cambiare sarebbe suicida, darebbe ai grillini la patente di vincenti”. Cioè si oppone anche alla modifica più ridotta, quella che consentirebbe ai partiti di coalizzarsi in vista del secondo turno, per provare a tener lontano da Palazzo Chigi il movimento 5 Stelle che fin qui, ha sempre escluso accordi coi partiti. Renzi, tirato da una parte e dall’altra, vorrebbe prima un appoggio di tutti, della minoranza Pd, del centro destra di governo, di Ala, di parte dei berlusconiani, al Sì alla riforma del Senato. Per poi discutere, dopo la vittoria sua e della Boschi, da posizioni di forza. Intanto ripete: se perdo il referendum vado via.

Ballare coi lupi, l’errore di Erdogan, è il titolo di un articolo di Roberto Toscano su Repubblica. I lupi sono i terroristi islamisti. Chi ha provato a ballare coi lupi è il sultano Erdogan. Sbagliando, finendo in una guerra contro Assad che non può vincere perché né russi né americani vogliono che la vinca, esponendo il suo paese e l’aeroporto internazionale Ataturk, snodo per i turisti del mondo intero, alle rappresaglie dei terroristi vestiti di nero che si sentono traditi da una Turchia che ora dialoga con israeliani e russi e non può più rifornirli impunemente di armi in cambio di petrolio. Condivido. Mi chiedo, però, quanto i lupi si siano fatti strada nei gangli vitali del protettore turco. Perché se l’ordine dell’ultimo attentato non fosse partito direttamente da Raqqa ma da Ankara, da un pezzo dello stato turco intriso di ideologia islamista e colluso nei traffici del Daesh, la situazione sarebbe perfino peggiore e la Turchia potrebbe scivolare verso una guerra civile generalizzata.

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