19 anni, capelli corti biondi e occhi blu che svelano come uno spiraglio la tenacia e la forza che ha permesso a Bebe Vio di diventare una campionessa e di gareggiare fra poco più di un mese alle Olimpiadi di Rio. Soprattutto di non arrendersi, di continuare a combattere a testa alta anche dopo quel fatidico 2008, anno in cui è stata colpita da una meningite fulminante che le causò un’estesa infezione ad avambracci e gambe per cui si rese necessaria l’amputazione.

«Ho sempre saputo che avrei continuato a fare scherma. Quando l’ho chiesto ai dottori, dopo la malattia, mi hanno sputato in un occhio. Quando l’ho chiesto a quelli delle protesi si sono messi a ridere, però io fin da subito ho capito, e sapevo, che sarei riuscita a riprendere la scherma». E così è stato. Senza discussioni, né tentennamenti. Senza dubbio alcuno. «Non mi sono mai chiesta come avrei potuto farlo a livello pratico. Pensavo solo “Io voglio fare scherma”. Nient’altro. In fin dei conti quando vuoi fare veramente una cosa, non ti poni nemmeno il dubbio su come farla, ma la fai e basta».

Forse ciò che più colpisce e disarma di Bebe Vio, è proprio questo: la sua determinazione, la sua incrollabile certezza e tenacia nel rialzarsi sempre, malgrado momenti difficili e dolorosi. E la sua disinvoltura nel farlo.
«Credo, alla fine, che i problemi, grandi o piccoli, li abbiamo tutti. A fare la differenza è solo il tipo di reazione», ha dichiarato di recente in un’intervista. Ed è proprio la capacità di reazione ad aver permesso a Beatrice Vio, per tutti “Bebe”, classe 1997, di diventare campionessa del mondo nei giochi paralimpici di scherma. Il titolo se l’è guadagnato a Eger, in Ungheria, e a breve partirà per Rio per rappresentare l’Italia alle Olimpiadi.
All’età di undici anni fu colpita da meningite fulminante. Malattia che, oltre ai più di cento giorni di degenza ospedaliera, le causò una grave ed estesa infezione con conseguente necrosi agli arti inferiori e superiori, di cui si rese necessaria l’amputazione. Un duro colpo per Bebe, come del resto per ogni ragazzina di quell’età, che però, contro ogni pronostico medico, ha continuato a imbracciare il suo fioretto e a combattere. Anche se in modo diverso da prima.
Il suo primo incontro con la scherma risale a quando aveva solo 5 anni: «Ero in una palestra a vedere una partita di pallavolo, ma mi stavo annoiando terribilmente. Decisi di uscire e di entrare in un’altra palestra, che aveva porte e finestre aperte. Entrando vidi tutti questi zorri bianchi e mi sembrava il paradiso. Mi sedetti a guardarli estasiata per un tempo indefinito, fin quando un omone grande e grosso, che è poi diventato il mio primo maestro, non mi ha chiesto di provare. È stato amore a prima vista».

Un amore che a tutt’oggi dura e che, nel corso degli anni è stato costretto a svolgersi in due tempi: una prima fase in piedi e la seconda in carrozzina.
Lei le chiama la sua prima e la sua seconda vita, e la cosa sembrerebbe non turbarla affatto. Anzi. «Preferisco e mi piace sempre di più tirare di scherma in carrozzina perché non posso avere paura». Ha le idee chiare Bebe, e continua: «Se stai piedi hai tutta una pedana lunghissima a disposizione e se hai paura puoi prendere e scappare, arretrare, ragionare e farti avanti se ci riesci, mentre in carrozzina no: stai inchiodato lì, sei all’altezza dell’avversario, a cui è sufficiente allungare il braccio per colpirti, e, soprattutto, non puoi muoverti. Per cui devi farti avanti e affrontare chi ti sta di fronte, facendogli capire che, anche se sei più piccola, sei tu la più forte».

Sentendola parlare viene da chiedersi se Bebe non abbia mai paura di fronte a un avversario. «Un po’ di paura c’è sempre in realtà – ribatte convinta – il segreto è riuscire a trasformarla in una sensazione positiva. Se non hai paura – spiega – non va bene, perché vuol dire che non temi l’avversario e che lo sottovaluti. Se tu invece lo vedi, riesci a trasformare quel po’ di paura che hai all’inizio in voglia di vincere, di farcela». E aggiunge: «Se invece hai paura di aver paura, sei spacciata. Nella scherma se non ci sei con la testa, non combini nulla.». È saggia Bebe, soprattutto per la sua età: solo diciotto anni. Al momento è alle prese con la maturità, e fra un mese la aspetta un’altra grande prova: le Olimpiadi di Rio dove rappresenterà l’Italia.

«È fattibile, è fattibile», afferma scherzando sul peso dei suoi impegni. «Tirare di scherma senza braccia – racconta ancora Bebe – è un po’ come pretendere di correre senza gambe. Solo che poi vedi le gambe di Pistorius, che sono bellissime, e ti accorgi che con quelle puoi correre, partire e andare dove vuoi. Anche per me è stato così: mi hanno dovuto creare una protesi ad hoc per tenere il fioretto, ma è sufficiente quello per poter praticare la scherma. E – prosegue – la protesi, così come le gambe per correre e camminare, la carrozzina per tirare, l’ho avuta grazie all’associazione».

L’associazione di cui parla Bebe è Art4Sport, una onlus fondata nel 2009 dalla sua famiglia che si impegna a raccogliere fondi per fornire protesi, carrozzine e tutto il necessario ai ragazzi amputati che desiderano comunque praticare uno sport. Inutile dire che, ogni anno, sempre più ragazzi si avvicinano ad Art4Sport. «È bellissimo vedere questi ragazzi che cambiano, diventano sicuri di sé, non hanno più paura di mostrarsi, di mostrare le protesi, e scoprono possibilità che prima nemmeno sapevano di avere», confida Bebe al telefono, tradendo un piccolo tremolio nella voce.

«Ci sono tanti ragazzi che non ci pensano, che non sanno di avere queste possibilità perché, semplicemente, non hanno mai visto nessun altro farlo. È infatti questa l’importanza dell’associazione: far vedere a qualcuno che ha passato le tue stesse cose che si può fare, che non è impossibile. Gli dai così la forza per poter dire “Bene, allora posso farlo anch’io”». Ecco, è allora questo il segreto: niente è impossibile, basta volerlo. E magari si arriva anche a gareggiare alle Olimpiadi. Perché alla fine quello che conta, più delle braccia e anche più delle gambe, è il cuore. Parola di Bebe Vio.

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