Il suo talento era fatto di silenzi che dicevano più di tante parole. Quello di Abbas Kiarostami era un cinema che aveva a che fare più con l’intensità della poesia che con il realismo in cui veniva ingiustamente confinato. La censura, si è spesso detto, lo aveva spinto verso un linguaggio ellittico, allusivo, scegliendo i bambini come suoi interpreti privilegiati. Più che la necessità, a noi pare la sua sia stata un’esigenza forte e consapevole quella di esprimersi attraverso dei piccoli antieroi, portando in primo piano il loro ricco mondo interiore fatto di emozioni, di immagini, di un intenso sentire che gli adulti troppo spesso sembrano aver perso.

Il regista iraniano Kiarostami scomparso ieri a Parigi all’età di 76 anni, è stato un maestro nell’indagare il non detto e la realtà più profonda delle relazioni umane. I suoi film, mai prevedibili, per quanto sviluppati su una linea paratattica alla Éric Rohmer, non svelano il loro significato facilmente. Dietro a quel tono calmo, meditativo, dietro quel velo di malinconia che sembra avvolgere tutto, si coglie un coraggioso dissenso verso la dittatura del reale in cui si è costretti a vivere, non solo quello di regime, ma anche quello della razionalità cosciente, delle convenienze, del dover essere. Kiarostami ha raccontato l’innocenza dei bambini stimolando lo spettatore a ritrovare dentro di sé, dimensioni profonde.

Diversamente da Jafar Panahi e da Mohammad Rassoulof,  nei suoi film non si è occupato direttamente del regime iraniano, ma questo non significa che evitasse la politica. Basta pensare a un suo film apparentemente minimalista come Ten (2002) realizzato mettendo due telecamere fisse in una macchina guidata da una donna per mostrare gli inaccettabili maltrattamenti che subisce.  L’ immagine di una donna al volante di un auto è di per sé una dichiarazione politica e “femminista” in Medio Oriente.

Ma si potrebbe parlare anche della sua più famosa trilogia, composta da Dov’è la casa del mio amico? (1987), La vita e niente di più (1992) e Sotto gli ulivi (1994) per dire quanto il suo cinema fosse capace di raccontare un intero mondo a partire da storie apparentemente qualunque, quotidiane, minimali, come quella del protagonista del primo film di questo trittico, un ragazzo che si mette in viaggio per restituire un libro scolastico; nel secondo film il regista vuole sapere se i due ragazzi che ha conosciuto con il suo precedente lavoro sono sopravvissuti al devastante terremoto accaduto in Iran nel 1990 e nel terzo, un altro regista esamina una scena apparentemente minore del secondo film,  per rivelarne poi tutta l’imprevista l’importanza. In tutti questi casi tutto comincia da un dettaglio, all’apparenza senza molta importanza, ma che finisce per essere una pietra di inciampo, un detonatore capace di mettere a soqquadro un intero ordine costituito.

In Close-up (1990), il suo film forse più conosciuto, la stranezza dei casi della vita è portata con divertita auto ironia a esiti surreali: protagonista di questo finto documentario è un mistificatore che finge di essere il regista Mohsen Makhmalbaf, finché i due s’incontrano davvero e il falso Makhmalbaf dovrà chiedere scusa a quello vero, volendo cercare una riconciliazione, non ancora avvennuta nella società iraniana che ha perseguitato le sue migliori menti e gli oppositori laici.

Con la sua spiazzante ironia e talora con una insistita lentezza, il cinema di Kiarostami è tutto fuorché rassicurante e pacificante, basta pensare a un film dal titolo accattivante come il sapore delle ciliegie del 1997 ( palma d’oro a Cannes): protagonista è uomo di mezza età che percorre il mercato di Teheran, alla ricerca di qualcuno che lo aiuti a morire, qualcuno che sia in possesso di una pala e disposto poi a seppellirlo senza fare domande. In questo film che racconta la vicenda di un uomo determinato a suicidarsi Kiarostami racconta la decisione lucida e determinata, di un depresso che ha deciso di farla finita e che non si riesce a fermare. E’ un film in presa diretta, in cui assistiamo a conversazioni che avvengono in uno spazio che non è né interamente pubblico né interamente privato come se fosse un unico monologo interiore. Che mette radicalmente in discussione chi guarda.  Come accade nel documentario che Kiarostami girò sui  bambini rimasti orfani a causa dell’Aids in Uganda e che mette alla sbarra le buone ragioni degli occidentali bianchi che vogliono adottare bambini.

Alcuni degli ultimi film che Kiarostami ha girato di fuori dell’Iran , purtroppo, non hanno la stessa forza dei suoi capolavori. Per esempio in Copia conforme (2010), girato in Italia, William Shimell e Juliette Binoche mettono in atto un gioco di ruolo che risulta piuttosto manierato e fine a se stesso. Una variazione sul tema della autenticità e della finzione, che non riesce ad avere la stessa pregnanza che ebbe nella trilogia Koker. E il sapore beckettiano delle due opere forse non basta a fare di Someone in Love (2012) e de Il vento ci porterà via due film indimenticabili. Ma ci restano i sui libri di poesie che  ( che si richiamano nella struttura agli haiku giapponesi) e soprattutto la sua opera cinematografica degli anni Settanta e Ottanta in cui sa raccontare magistralmente la realtà con lo stupore di un bambino.

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