La scenetta che si è consumata ieri in Regione Lombardia è significativa: Maroni si scrolla di dosso l’ultima operazione antimafia che riguarda Fiera Milano (di cui la Regione è azionista) dicendo di avere chiesto alla Direzione Antimafia l’autorizzazione morale per collaborare con l’ente. Dice Maroni, testualmente: «”Dominus – il consorzio al centro delle indagini – lavorava in Fiera perché la Dia aveva concesso il nulla osta. Evidentemente, la Direzione investigativa antimafia nel 2014 non riteneva che l’associazione di imprese avesse legami con la criminalità organizzata tali da consigliarne l’esclusione dagli appalti».

La DIA ufficialmente non replica. Ufficiosamente dice che Maroni vaneggi, che non sanno nemmeno di cosa stia parlando. «Abbiamo le prove!» risponde Maroni. E la scenetta comincia ad assumere i contorni dello screzio a bordo piscina.

Intanto l’Ambasciata francese comunica di non avere mai avuto contatti con la società paramafiosa per la costruzione dei propri stand all’interno di Expo. In pratica negano la serietà dell’indagine, tanto per parlare dei successi internazionali. E in più aggiungono di avere firmato il “protocollo della legalità”. Affossando in un secondo anche la retorica governativa (e filoBeppeSala) secondo cui la manifestazione sarebbe stata Mafia-free. I protocolli sono la nuova penicillina antimafiosa. Peccato che per funzionare abbiano bisogno della schiena diritta delle persone.

Le persone, i dirigenti, appunto: scrive la Bocassini che alcuni dirigenti dovranno spiegare la superficialità dei propri atteggiamenti. Si ritorna al punto di partenza: le persone contano.

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