«Napoli è una Palermo all’ennesima potenza. Sono entrambe città di mare, hanno avuto la stessa dominazione per circa 800 anni e, ancora oggi, hanno problemi molto simili. Ma, mentre nel 1992, dopo le stragi di mafia, nella mia Palermo qualcosa è cambiato, Napoli è rimasta immutata. Anche architettonicamente è rimasta sempre molto “spagnola”, priva di boulevard, ricca di vicoli stretti e di storie di strada che in qualche modo potremmo definire dickensiane». A raccontare così il capoluogo partenopeo è Pierfrancesco Li Donni, giovane regista siciliano di Loro di Napoli, docufilm che racconta la storia epica dell’Afro Napoli United, una squadra di calcio composta da italiani, migranti e immigrati di seconda generazione, uniti da due cose: l’essere napoletani doc (tutti nessuno escluso) e la voglia di vincere. Il film, che ha già riscosso successi in Italia e all’estero, ora approda alla Festa del Cinema del Reale a Specchia, in provincia di Lecce.
Come hai scoperto l’Afro Napoli United e perché hai deciso di girarci un film?
Tutto è iniziato circa tre anni fa, stavo prendendo il treno per andare proprio a Specchia alla Festa del Cinema del Reale, dove il 20 luglio verrà presentato Loro di Napoli. Avevo comprato un giornale e lì, fra le pagine, è avvenuto il mio primo incontro con l’Afro Napoli United. Mi è subito sembrata una storia interessante per raccontare da un lato l’integrazione inarrestabile e dall’altro le lentezze burocratiche dell’Italia. A fare da sfondo c’erano poi il calcio e Napoli – e io volevo assolutamente fare un film a Napoli! – due elementi che mi avrebbero aiutato ad arrivare a un pubblico più ampio di quello che in genere guarda i documentari.
Come hai convinto la squadra e i dirigenti a diventare i protagonisti di Loro di Napoli?
Ho cercato il presidente dell’Afro Napoli, Antonio Gargiulo, che si è mostrato subito entusiasta del progetto. Qualche tempo dopo sono andato a conoscere la squadra. Storie come quelle erano perfette per descrivere un’Italia di cui si parla poco, ma che esiste. Adam, per esempio, è originario della Costa d’Avorio, è nero e parla perfettamente napoletano, è quasi “uno shock uditivo”. Sembra straniero e invece è napoletano sotto ogni punto di vista, usa il dialetto e ha la stessa gestualità caratteristica di ogni altro di lì. È il simbolo di un’integrazione compiuta in un sistema sociale incompiuto.
È stato difficile filmare i ragazzi così da vicino?
Entrare nelle loro vite fino a riprenderli, oltre che sul campo di calcio, anche a casa loro, perfino in bagno di fronte allo specchio…
All’inizio avevo paura di essere sovrastato da questi ragazzi, per cui mi sono affidato molto ad Antonio, per creare un rapporto con l’ambiente piantavo loro direttamente la telecamera in faccia. Era come se fossi un “iperprofessionista professionale”, non davo confidenza. È stato proprio Adam il primo ad attaccare bottone e così alla fine ho iniziato a filmarlo a casa sua, anche di fronte allo specchio, mentre si lavava i denti o si pettinava. La cosa straordinaria è che tutto avveniva in modo estremamente naturale. Le cose accadevano, bastava semplicemente filmarle. Erano i protagonisti a recitare la loro stessa vita, un po’ come faceva un certo cinema neorealista.
Tra gli antagonisti c’è sicuramente il razzismo.
La tematica razziale viene affrontata semplicemente mostrando la vita di queste persone. Adam è il primo a non pensare al fatto di avere la pelle nera. Mi ha raccontato di aver vissuto per un periodo della sua vita a Torino, lì gli altri ragazzi lo prendevano in giro… non tanto perché era africano quanto per il suo spiccato accento napoletano. Questo film è fatto anche per il popolo della Lega, per dire: “Guardate come sono le cose realmente senza fare retorica!”. Secondo me esistono due tipi di razzismo: c’è quello degli insulti e quello dello stereotipo buonista, dei “poverini” e del “come vivono”. Il film li scardina entrambi. L’Afro Napoli non è una squadra di rifugiati, non è un’operazione di solidarietà fine a se stessa, è una squadra nata per vincere. E rappresenta alla perfezione la ricchezza del melting pot napoletano, dove, con tutte le difficoltà che ci sono, il migrante è l’ultimo dei problemi.

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