Bisognerebbe contare il numero di volte in cui politici e media hanno annunciato di avere trovato la soluzione definitiva per mettere al sicuro il sistema bancario. E il numero di volte in cui poco dopo, puntualmente, si è ripresentata una situazione di emergenza, una crisi, un possibile disastro. In Italia il fondo “Atlante” era stato presentato come la soluzione ai problemi dei nostri istituti di credito. Con la Brexit si scatena uno “tsunami” sui mercati, un “terremoto” in Borsa, ed eccoci al punto di partenza: il governo ai ferri corti con Bruxelles sugli aiuti, dopo Atlante spunta un super-fondo del governo, arriva una garanzia pubblica fino a 150 miliardi sulle obbligazioni bancarie, ma molti sostengono che non sia ancora sufficiente. Per l’ennesima volta le banche in bilico a causa dell’instabilità finanziaria, o in altri termini tutti gli sforzi della politica sono diretti a salvare la finanza da se stessa. La Brexit è stata sicuramente un evento di portata storica, e almeno in parte inatteso. Non ci sono dubbi sul fatto che ci possano essere conseguenze sul piano economico. Dall’incertezza sul futuro al comprendere quali potranno essere i rapporti dell’Ue con la City di Londra, fino a oggi capitale finanziaria del Vecchio continente. Ancora prima, bisogna mettere in conto l’irrazionalità dei mercati e i comportamenti in “gregge”: se qualcuno inizia a vendere il prezzo scende, il che porta altri a vendere a loro volta, in una spirale che si auto-alimenta e scatena il panico. Perché, però, nuovamente sono le banche al centro della bufera? Pensiamo a una banca come a una piramide rovesciata. La punta è costituita dal suo patrimonio, semplificando molto, dai soldi di proprietà della stessa banca e su cui si può contare nei momenti di difficoltà. Sopra c’è la massa di prestiti concessi.

 

Una finanza “too big to fail” ricatta il mondo politico, minaccia catastrofi se non viene salvata. Non è difficile capire perché sia sempre più difficile riconoscersi in questa Europa

Sopra ancora, c’è uno strato che per molte banche è nettamente più grosso, e sono le operazioni speculative e il trading in proprio. La punta tiene tutto in equilibrio, nel senso che il patrimonio è il parametro fondamentale per giudicare la stabilità di una banca. Se c’è un crollo in Borsa, avvengono due cose. La punta si assottiglia, perché il valore delle azioni e quindi il valore patrimoniale della stessa Banca cala. Nello stesso momento lo strato più grosso della piramide – attività finanziarie e speculative – pesa sempre di più a causa delle perdite sui mercati. Il risultato è una struttura estremamente squilibrata. Investitori e mercati vedono questo squilibrio e vendono i titoli della banca in difficoltà, o addirittura speculano su un possibile crollo. E nuovamente la spirale rischia di auto-alimentarsi. Molte delle più grandi banche europee negli ultimi anni hanno investito sempre di più in Borsa, scommettendo su titoli complessi e ponendo un rischio sistemico per l’intero sistema finanziario. Con un problema in più: il sistema finanziario è fortemente inter-correlato, ovvero le grandi banche sono legate le une alle altre. Non solo gigantesche piramidi rovesciate ed estremamente instabili, ma talmente vicine l’una all’altra che se ne viene giù una parte un effetto domino.
Se questa è la situazione, facile che a ogni problema si scateni il panico. Mantenere l’equilibrio è estremamente difficile, al primo soffio di vento rischia di venire giù tutto. Le possibilità sono due: o si costruiscono piramidi diverse, o si puntella il tutto dall’esterno. Fuor di metafora, o si cambia alla radice l’attuale sistema finanziario, o l’unica possibilità è continuare a iniettare soldi e garanzie pubbliche, in attesa che succeda un miracolo, o più realisticamente fino alla prossima crisi e al prossimo salvataggio. Per le banche italiane i problemi sono altri. Tranne qualche eccezione, non si sono lanciate all’inseguimento del modello anglosassone di finanziarizzazione e speculazione, rimanendo relativamente più ancorate ai prestiti all’economia reale, ma questo, paradossalmente, oggi costituisce un punto di debolezza.

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