Il regista argentino  Hector Babenco, scomparso  il 14 luglio all’età di 70 anni, è riuscito a raccontare al cinema in maniera indiretta ma  incisiva e potente la feroce dittatura argentina, in cui  lo Stato e la Chiesa unirono le forze per stroncare una generazione di giovani di sinistra che sognavano e stavano costruendo un Paese moderno e progressista. La repressione violenta della fascia più giovane, democratica e vitale del Paese messa in atto da Videla  era rappresentata attraverso la vicenda di un ragazzino  brasiliano (Paese dove Babenco  aveva scelto di vivere) che finisce in riformatorio e si trova a scontrarsi contro una gerarchia stupida, ottusa, che conosce solo il linguaggio della violenza. Il film si chiamava Pixote, la legge del più debole (1982). Lo scrittore argentino Marcelo Figueras ci raccontava un anno fa in una intervista che proprio quella sera in cui a andò a vedere quel film al cinema con la sua ragazza  cambiò qualcosa di profondo in lui, ci fu una presa di coscienza se possibile ancor più profonda della vicende del suo Paese, l’Argentina, e cominciò il suo impegno di scrittore che poi lo avrebbe portato a pubblicare Kamchatka ( L’Asino d’oro edizioni), un romanzo che ha il coraggio di raccontare l’immane dramma della dittatura con gli occhi di un bambino.

Nel film Pixote, Babenco riprendeva la lezione di Buñuel e il suo I figli della violenza nel raccontare la povertà e l’emarginazione di ragazzini brasiliani costretti a vivere in strada e ad arrangiarsi. Ma  c’è anche un rimando anche alla poesia dei 400 colpi di Truffaut nella figura dell’ attore bambino (Fernando Ramos  Silva)  che obbliga ad aprire gli occhi sulla pazzia di un sistema “di governo” che dopo aver gettato larghi strati della popolazione nella più assoluta indigenza, voleva distruggerne anche le menti. Anche tenendo conto degli orrori istituzionali raffigurati in Scum, nulla nel cinema  degli ultimi quarant’anni si avvicina alla inquietante rappresentazione del tentativo di distruzione di un ragazzo di 10 anni come in questo film di Babenco che colpisce dritto al cuore.  In quest’opera il piccolo protagonista riesce a fuggire dal riformatorio, ma poi, per cercare di sopravvivere, finisce in un giro di droga, spaccio, prostituzione e omicido, restando intrappolato nella della malavita brasiliana. L’argentino Babenco deninciava un sistema sociale che in Brasile produceva tredici milioni di bambini senza casa e costretti a vivere di espedienti,  Ma come accenavamo, per metofora, Pixote rappresentava  la condizione dell’Argentina tutta.

Poi sarebbe venuto un film molto noto anche in Italia come il Il bacio della donna ragno (1984), con Sonia Braga e William Hurt, che accettò un ruolo non facile che era stato proposto a Burt Lancaster ( il quale rifiutò per paura di  rovinarsi l’immagine dal momento). Il  film che vedeva protagonista un omosessuale finito  in carcere era tratto dall’omonimo romanzo dell’argentino Manuel Puig. Dopo quel film candidato all’Oscar nel 1986 , Babenco  ha realizzato Giocando nei campi del Signore, ambientato nella giungla amazzonica, Cuore illuminato, in concorso a Cannes nel 1998, Carandiru, sulla strage compiuta nell’omonimo carcere brasiliano, e, tra i film da segnalare, Il passato ispirato al libro  che  ha fatto conoscere lo scrittore argentino Alan Pauls al grande pubblico. ( Qui una sua intervista su left). Babenco raccontava di aver scoperto quel romazo (pubblicato in Italia da Feltrinelli) in una libreria dell’aeroporto di Ezeiza in Argentina e  di esserne rimasto folgorato: in anni in cui in cui  si faceva un gran parlare di amore libero, tematizzava una passione fortissima fra un uono e una donna e la difficoltà  poi di separarsi, senza distruggere la memoria di ciò che era stato. Permettendo l’uno all’atra di realizzarsi prendendo una nuova strada. Con questo film Babenco diceva di voler rileggere un genere latinoamericano per eccellenza come il melodramma, ripulendolo da ciò che è eccessivo,  ma conservandone la struttura essenziale, in cui  la gelosia, l’abbandono, la vendetta, fanno parte di un teatro molto  familiare. De Il Passato, Babenco diceva: ” E’ un film d’amore per le donne. Il suo tempo narrativo cinematografico è psicologico, nonostante la vicenda copra un periodo molto lungo, sembra invece concentrata in una sola settimana. E’ anche una storia un po’ thriller, nella quale lo spettatore non capisce a volte che cosa stia accadendo, in fondo c’è un po’ di Rosemary’s Baby. E anche un po’di Krzysztof Kieślowski. Mi chiedo anche se non ho realizzato un “Scene da una separazione”, vent’anni dopo Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman”.

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