Martedì 5 luglio il tribunale di Verona ha prosciolto Ilaria Capua dalle accuse più infamanti che si possano immaginare per una virologa: associazione a delinquere finalizzata alla diffusione di epidemie. Chiudendo così, felicemente, i tre mesi più intensi nella vita di una donna molto impegnata e molto coraggiosa. Segnata da almeno quattro tappe che sono degne di nota non solo perché costellano la vita di una grande donna di scienza, ma anche perché sono indicative del complesso rapporto che c’è tra questo nostro paese, l’Italia, e, appunto, la scienza.

I tre mesi che Ilaria ha vissuto pericolosamente iniziano lo scorso marzo, quando cade il decimo anniversario di un atto, compiuto dall’allora capo dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie, che ha cambiato il modo di lavorare e persino di pensare di un’intera comunità scientifica. Correva, appunto, l’anno 2006 e il mondo era preoccupato per il virus H5N1 – il virus dell’aviaria – che l’Organizzazione Mondiale di Sanità considera potenzialmente in grado di scatenare una pandemia devastante, del tipo, per intenderci, di quella “spagnola” che nel pieno della Prima guerra Mondiale fece molte decine di milioni di morti.

Ilaria Capua, una laurea in medicina veterinaria, è una virologa giovane (è nata nel 1966) ma già affermata. Non solo perché sta trasformando il piccolo Istituto Zooprofilattico delle Venezie in un centro di ricerca di livello internazionale, ma anche perché, grazie alle moderne tecniche del DNA ricombinante, nell’anno 2000 ha messo a punto una strategia, la Differentiating Infected from Vaccinated Animals (DIVA), che consente per la prima volta la vaccinazione contro l’influenza aviaria. Il virus H5N1 allarma anche lei e la spinge a studiare il ceppo presente in alcuni uccelli infetti giunti in Egitto. Ilaria Capua è rapida e sequenzia per intero il virus, individuando e mettendo in fila tutte le basi di cui è costituito il pericoloso agente infettivo.

È prassi, presso l’Organizzazione Mondiale di Sanità, che conoscenze così delicate non siano rese immediatamente pubbliche, ma depositate in una banca dati aperta solo a una dozzina tra i più grandi centri di ricerca del mondo. Ilaria Capua avrebbe modo, con il suo Istituto Zooprofilattico, di entrare nel ristretto gotha della ricerca mondiale in virologia. Ma compie quello che gli appassionati di scacchi chiamano un “salto del cavallo”, infrange regole non scritte ma consolidate, e decide di conferire tutte le informazioni genetiche in suo possesso alla GenBank: una banca dati “open access”: aperta a tutti. Il ragionamento è semplice: una dozzina tra i più grandi esperti di virus al mondo ha buone probabilità di trovare una soluzione al problema H5N1. Ma tutti i virologi del mondo, compresi quella eletta dozzina, hanno una probabilità maggiore. E poiché in gioco ci sono, potenzialmente, decine di milioni di vite umane, un buon ricercatore ha un solo dovere: rinunciare al proprio interesse scientifico e imboccare la via potenzialmente più vantaggiosa per tutti.

È un gesto semplice, persino banale. Ma la storia, anche della scienza, è piena di gesti semplici e persino banali che hanno cambiato il mondo.

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