«La memoria è una corrente di pensiero continua, di una continuità che non ha nulla di artificiale, poiché non conserva del passato che ciò che ne è ancora vivo, o capace di vivere nella coscienza del gruppo», scrive Maurice Halbwachs, filosofo francese pioniere delle ricerche della sociologia della memoria. Sono passati ottanta anni dall’inizio della guerra civile spagnola (17 luglio 1936 – 1 aprile 1939) e molti sono i nodi storici che continuano a vivere nella coscienza civile spagnola.

La guerra simbolica e la desaparición

L’autoritarismo dei falangisti di Francisco Franco contro la repubblica del Fronte popolare, l’aristocrazia contro il ceto proletario e infine il primo scontro armato tra fascismo e antifascismo della storia. Questi alcuni dei riferimenti simbolici che disegnano il quadro di un avvenimento storico complesso che intreccia in maniera esemplare le ragioni nazionali ed internazionali alla base del secondo conflitto mondiale.

La Spagna della prima metà degli anni 30 vive una stagione di grande instabilità sociale, politica ed economica. Divisa tra un’aristocrazia reazionaria (urbana e possidente) e un ceto popolare influenzato dall’ideologia anarchica e sindacalista, il Paese vive una stagione di grande fragilità politico-istituzionale. Dopo il crollo della dittatura del generale Rivera nel gennaio del 1930 e quello della monarchia nell’agosto di quello stesso anno, la neonata repubblica spagnola subisce tra il 1932 e il 1934 un fallito colpo di stato militare e un’insurrezione anarchica. Mentre i ceti proletari si avvicinano al Fronte popolare (di stampo prevalentemente repubblicano) i reparti militari spagnoli e parte del ceto nobiliare sostengono la falange coloniale. Chiamati anche Africanisti, i falangisti sono i veterani delle guerre coloniali spagnole in Nord Africa. Comandati dal generale Francisco Franco, i contingenti sono animati da un fervente nazionalismo che, come sarà per buona parte dei fascismi europei, è caratterizzato da uno spiccato anti-modernismo, da un’opposizione ferma al comunismo e da un uso intimidatorio della violenza come strumento di controllo politico. É  dalla colonia di Melilla, piccola roccaforte sulla costa marocchina, che la falange parte il 18 luglio 1936 alla volta del continente repubblicano.

Le forze repubblicane, oggi ricordate come antifasciste, nei primi mesi della guerra riescono a resistere all’attacco dei falangisti. Il paese viene diviso in due, il Nord cade sotto il controllo delle forze del generalissimo Franco, mentre Madrid e il resto della Spagna restano – in un primo momento – sotto il controllo delle forze del Fronte popolare che accoglie disordinatamente comunisti, repubblicani, arditi, anarchici e il supporto delle Brigate Internazionali. Nell’autunno del 1938, i falangisti si spostano verso Madrid e di lì a qualche mese ottengono il controllo del paese. Francisco Franco lancia l’offensiva finale alla capitale all’inizio del 1939, la città di Madrid cade e il 1 aprile di quello stesso anno la guerra finisce. Inizia così la dittatura del generalissimo che si conclude alla sua morte, nel 1975.

I valori che oggi vengono riconosciuti come propri dell’antifascismo e che allora configurarono la resistenza – soprattutto popolare – alle forze nazionaliste di Franco riecheggiano nel ricordo delle forze della sinistra spagnola. Izquierda Unida e Podemos rilanciano oggi l’hastag #18deJulio e rivendicano come fondativo il sacrificio di coloro che si batterono per la difesa della democrazia.


Al ricordo che celebra la memoria, si unisce la condanna sempre viva delle violenze di quanto accaduto tra il luglio del 1936 e l’aprile del 1939. L’uso della violenza durante la guerra civile spagnola fu declinata in modi diversi e con brutale intensità. Ci fu la violenza anticlericale scagliata dai ceti popolari contro il clero e la borghesia cattolica delle campagne, ci fu la violenza politica che ha contrapposto le forze repubblicane a quelle falangiste e poi quella ideologica che ha visto opporsi le forze fasciste a quelle antifasciste, l’Italia e la Germania all’Unione Sovietica e le forze delle brigate internazionali (formate dai volontari di 52 paesi) a quelle militari. In ultimo, la violenza sommaria impiegata dalle forze vicine a Franco al consolidamento del suo regime. L’uso della desaparecion, l’impiego di fosse comuni e di esecuzioni sommarie della popolazione hanno lasciato una ferita profonda nella memoria sociale del Paese. Senza un riconoscimento formale e fattuale di quelle morti non può esserci elaborazione del lutto e della memoria. Per questo oggi, all’anniversario degli 80 anni della guerra civile spagnola, il peso di quelle morti – per lo più di regime – non può essere scisso dal ricordo e dalle celebrazioni di ciò che accadde in Spagna.

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