Chi può unire i democratici e convincere i sostenitori di Bernie Sanders a mettersi al lavoro per eleggere Hillary Clinton? E chi convincere gli americani che la donna che conoscono dagli anni 90 può essere una figura politica che si spende per loro (e che non è ossessionata dal potere)?

Dopo il primo giorno di convention nel quale i sostenitori del senatore del Vermont hanno interrotto con fischi chiunque nominasse l’ex first lady – a tratti, zittiti dai più, alcuni persino Bernie ed Elizabeth Warren – saranno bastati gli appelli dello stesso Sanders e di Michelle Obama a rompere quel muro che c’è tra i due schieramenti? E le parole chiare sui temi che sono cari alla sinistra democratica come il commercio internazionale, la sanità, le infrastrutture, la riforma della politica? Lo scopriremo stanotte.

Il compito di convincere la gente di Sanders è probabilmente quello della campagna, un lavoro interno e anche dal palco, sui punti programmatici. Magari accompagnato da parole ispirate come quelle dei Michelle Obama la scorsa notte. Il lavoro vero però spetta a Hillary: mostrare un lato umano, convincere che la sua non è bramosia di potere o un ritorno al passato degli anni 90, ma voglia di cambiamento. Magari moderato, ma nella direzione di una società più giusta. Saprà farlo? L’altra domanda è se e quanto i sandersiani siano in qualche modo controllabili e gestibili da Bernie. Chi mentre Sanders parlava piangeva, lo faceva perché capiva che era il momento di voltare pagina o per rabbia?

E saprà Hillary convincere gli americani? Qui le correranno in aiuto il marito Bill, che non sbaglia mai un discorso alle convention, delle quali è un habitué dal 1992 e che – schietto, diretto, spesso spiritoso – sa parlare anche e molto a quegli americani bianchi a cui piace Trump. Allo stesso modo, ma con argomenti razionali, può farlo il presidente Obama. Vedremo se il suo sarà un discorso ispirato. Come quello di Michelle, è l’ultimo importante da presidente.

Infine parleranno, e sarà un momento in cui nessuno si azzarderà a fischiare, le madri di diversi ragazzi uccisi dalla polizia. Che con Hillary hanno un rapporto fin dagli inizi della campagna delle primarie.

Per tutti lo sforzo sarà lo stesso: restituire l’immagine di un partito unito dietro alla candidata. Poi, domani notte, toccherà a lei. Cosa ci sarà di nuovo? Quanti dei temi della campagna Sanders entreranno di peso nel suo discorso di accettazione della nomination? Quanto saprà convincere gli americani che il voto che devono esprimere a novembre è per lei e non solo contro Trump? Sono tutti fattori decisivi: gli speaker della convention democratica sono ottimi, la platea appassionata e diversa e la aiuteranno comunque ad avere una spinta nelle intenzioni di voto. Ma la sfida è tutta sua. Saprà essere umana? Rendere l’idea che la possibilità che una donna diventi la persona più potente del mondo sia una svolta non solo simbolica? È difficile per una politica navigata che tutti conoscono e pochi adorano. Ma è il compito che le spetta a Philadelphia: alle elezioni presidenziali non bisogna solo dimostrare di essere un potenziale buon presidente, serve farsi eleggere.

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