A una manciata di giorni dall’inizio dei Giochi di Rio, la nazionale russa di atletica è sotto i riflettori con l’accusa di “doping di Stato”. In Italia tiene banco la vicenda “misteriosa” che coinvolge il marciatore Alex Schwazer (il quale saprà se può partecipare alle Olimpiadi un gorno prima dell’inaugurazione del 5 agosto) e il suo allenatore, il simbolo della lotta al doping Sandro Donati, a cui Left in edicola sabato 30 luglio dedica la copertina. Abbiamo provato a ricostruire la storia recente dei Giochi olimpici attraverso il suo lato oscuro: le squalifiche per doping arrivate dopo vittorie e record.

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La copertina di Left in edicola sabato 30 luglio


Primo squalificato

Alle Olimpiadi di Roma del 1960, il ciclista danese Knud Enemark Jensen cade durante la 100 chilometri a squadre ed entra in coma. All’inizio si pensa a un malore causato dalla calura estiva – quel giorno a Roma fanno 42 gradi – ma l’autopsia chiarirà che il ciclista danese aveva fatto uso di sostanze dopanti. Qualche anno dopo la tragedia, nel 1967, il Comitato olimpico (Cio) decide di istituire una commissione medica e di iniziare i controlli antidoping nei successivi giochi, quelli invernali ed estivi del 1968.
E proprio a Città del Messico il Cio applica la prima squalifica per doping. Con lo svedese Hans LilJenwall che sarà ricordato negli annali come il primo atleta nella storia dei Giochi olimpici ad essere escluso per uso di sostanze illegali. Gareggiava nel pentathlon e fu trovato con una quantità eccessiva di alcol nel corpo. Lui si giustificò dicendo che aveva bevuto due birre per stemperare la tensione, ma dovette comunque restituire la medaglia. La squalifica di LilJenwall valse il bronzo alla squadra atletica della Svezia.

Roma 1960. La fiaccola olimpica passa per piazza Venezia. Archivio Storico ANSA

Roma 1960. La fiaccola olimpica passa per piazza Venezia. Archivio Storico ANSA

Ori placcati

Nelle competizioni olimpiche di Monaco del 1972 e di Montreal 1976 i primi ori revocati a chi trasgredisce alle regole del fair play e viola le leggi sportive. A Monaco, a perdere l’oro è soltanto il nuotatore statunitense Richard De Mont, buttato giù dal podio della 400 metri stile libero. A Montreal invece le medaglie d’oro truffate sono due, quella del bulgaro Valentin Hristov e quella del polacco Zbigniew Kaczmarek, entrambi campioni nel sollevamento pesi.

A Mosca 1980 i giochi più “puliti”, a Los Angeles 1984 nessun oro revocato, e poi Seul 1988, dove gli ori dopati sono tre. I più celebri, Ben Johnson e Mitko Grablev. Oro olimpico nei 100 metri, Johnson risulta positivo all’uso di steroidi. Il nuotatore giamaicano naturalizzato canadese perde la medaglia d’oro e si vede cancellati i record realizzati nella finale di Seul e nel mondiale del 1987. Prova a rientrare nel 1993, ma questa volta è radiato a vita, perché nuovamente positivo alle sostanze dopanti. Insieme a lui quell’anno, si vedono ritirato l’oro anche i due sollevatori di peso bulgari, Mitko Grablev e Angel Guenchev. Positivo all’uso di steroidi anabolizzanti – forme chimicamente modificate di testosterone -, Guenchev finì in carcere per un’aggressione carnale pochi mesi dopo la squalifica. Secondo uno studio segreto condotto a Mosca nel 1972, l’aumento dell’aggressività è considerabile come uno degli effetti paradossi dell’uso di sostanze dopanti, all’epoca troppo spesso imposte senza il consenso degli atleti. Quanto accaduto al sollevatore bulgaro, dunque, non era altro che un esempio di quel doping di stato segnalato nello studio russo. Dopo la caduta del muro, fu fatta luce sull’impiego di programmi statali di somministrazione forzata di sostanze dopanti. La Germania dell’Est, che aveva sbalordito il pubblico olimpico con le sue prestazioni sportive, fu la nazione più coinvolta. L’accusa, fondata, era d’aver gestito l’organizzazione del doping a livello statale – e per circa vent’anni.

Germania Est Olimpiadi

La squadra della Germania dell’Est alle Olimpiadi di Monaco del 1972

Sydney 2000

La stella (cadente) dell’atletica statunitense, Marion Jones perde in Australia tre ori e due bronzi. Dal podio olimpico alla sbarra: l’atleta statunitense fu al centro di uno scandalo giudiziario che coinvolse la californiana Belco. La casa farmaceutica fu accusata di aver fornito steroidi anabolizzanti agli atleti. Tra le lacrime la Jones confessò d’aver fatto uso di doping e restituì le sue medaglie vedendosi cancellati tutti i record conquistati. Completano il quadro dei sei ori revocati nella competizione olimpica australiana, il ginnasta Andreea Raducan (Romania), il wrestler tedesco Alexander Leipold, la sollevatrice di pesi bulgara, Isabella Dragneva, e i due connazionali della Jones, Antonio Pettigrew e Jerome Young. Entrambi corridori.

Atene 2004

Mai così tanti gli ori ritirati: Adrian Annus (Ungheria), tiro al martello. Ludger Beerbaum, per la stella della storia dell’equitazione tedesca, quello di Atene fu l’ultimo oro. Yuri Bilonog (Ucraina), atletica. Crystal Cox (Stati Uniti), atletica. Robert Fazekas (Ungheria), atletica. Tyler Hamilton (Stati Uniti), ciclismo. Irina Korzhanenko (Russia), campionessa europea nel 2002 perde l’oro nell’atletica ad Atene. Cian O’Connor (Irlanda), equitazione, riscatta l’oro revocato nel 2004 con un bronzo a Londra 2012.

Pechino 2008 e Londra 2012

Ori disciplinati, soli 3 ritiri.Rashid Ramzi (Bahrain) a Pechino perde l’oro nell’atletica, ma a fare storia è la contestazione dell’argento all’italiano Davide Rebellin. Il ciclista è stato assolto nel maggio del 2015, perché il fatto non sussiste. Asli Cakir-Alptekin (Turchia) e Nadzeya Ostapchuk (Belarus) sono invece i due ori revocati per doping a Londra.

Breve storia del doping italiano

Nella storia delle olimpiche squalifiche per doping, l’Italia non brilla, ma comunque imbroglia. Dei quattro sportivi esonerati, soltanto il ciclista Davide Remellin si è mai avvicinato al podio. Giampolo Urlando, il primo squalificato nella storia delle prestazioni olimpiche italiane, conclude la sua esperienza a Los Angeles nel 1984 con un quarto posto e una squalifica per uso di testosterone. Dal lancio del martello al salto in alto sempre con un quarto posto e un’esclusione per doping: Antonella Bevilacqua perde i risultati ottenuti ad Atlanta nel 1996 per aver fatto uso di efedrina – sostanza simile all’anfetamina.
La storia del doping italiano ha quattro attori, ma un solo protagonista: Alex Schwazer.Classe 1984, il marciatore trentino sale sul primo podio a 19 anni. Nel 2005 conquista infatti l’oro ai Campionati Italiani e il bronzo ai mondiali di Helsinki. Mentre l’Italia soffre l’esclusione di Remellin, alle Olimpiadi di Pechino del 2008 Schwazer si conferma per la straordinaria promessa che è: conquista l’oro e il record olimpico. Dopo il volo, un tragico atterraggio: in un controllo pre-olimpico del 30 luglio 2012 il marciatore viene trovato positivo all’uso degli anabolizzanti, perde Londra e la sua carriera si spezza.

Il recupero professionale e personale di Alex è affidato al lavoro dell’allenatore Sandro Donati, volto storico dell’antidoping italiano. Schwazer recupera subito e rientra l’8 maggio scorso. Vince i Mondiali di Roma e gli si aprono le porta a Rio 2016. Un duro allenamento, una prestazione strabiliante e ancora una caduta. A maggio di quest’anno, la Iaaf lo esclude nuovamente dalle Olimpiadi. Un secondo controllo su un campione raccolto a gennaioha dato esito positivo, escludendo Schwazer. Ma l’atleta e il suo allenatore fanno ricorso e mettono sotto accusa le opacità di un mondo, quello dell’antidoping mondiale, viziato da conflitti di troppi interessi. Il 4 agosto Schwazer  sarà a Rio, in una camera d’albergo, ad attendere il pronunciamento del Tribunale arbitrale sportivo: il sui destino olimpico e sportivo è appeso a un filo sottilissimo.

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