Quante volte a un musicista è stata rivolta la terribile domanda: «Ma tu che lavoro fai?». Come se fare il musicista non fosse un lavoro. Inutile spiegare la fatica di ore di studio a casa ogni giorno, le infinite prove, i viaggi, e anche il tempo speso per la formazione iniziale, le scuole, i conservatori. E come se non bastasse, se non lavora 120 giorni all’anno, niente contributi. Per chi fa musica e non è dipendente di una fondazione, non è un orchestrale o un corista in un teatro, welfare, maternità, malattie, sono diritti negati.

«Qui c’è tutto un sistema da cambiare. Il musicista deve essere riconosciuto da un punto di vista culturale e professionale», dice a Left Ada Montellanico. Oggi l’artista e combattiva presidente Midj, l’associazione italiana musicisti jazz, sarà una delle numerose voci che diranno la loro durante l’incontro (ore 15) nella sede del Pd a Roma, in via Sant’Andrea delle Fratte. C’è da discutere di una legge che i musicisti attendono da tanto tempo, troppo. La legge quadro sullo spettacolo dal vivo. Se ne parla da molti anni, ma a parte qualche intervento qua e là – che risulta a onor del vero un palliativo – (il bonus dei 500 euro ai diciottenni o l’incremento dell’insegnamento della musica nella Buona scuola, ma solo per la primaria), non si è fatto in pratica nulla per un settore che sarebbe tutto da sviluppare.

Come scrivono i deputati del Pd che hanno presentato l’11 luglio una proposta di legge delega al governo “per la disciplina delle attività musicali contemporanee popolari dal vivo” (qui il testo), il 78 per cento degli italiani non ha assistito a un concerto nel 2015, così come un italiano su due non va al cinema e tre su quattro non vanno a teatro. I deputati stessi riconoscono nella premessa della proposta di legge che l’Italia è un fanalino di coda nella fruizione della cultura in Europa. Non scrivono però – e il governo Renzi non si discosta dagli altri precedenti – che gli investimenti dello Stato nella cultura sono anch’essi fanalino di coda in Europa. Comunque, la proposta di legge cerca di mettere una pezza, almeno in questo settore, prevedendo anche una copertura finanziaria di 50 milioni. Forse chiamare l’intero comparto “attività musicali contemporanee popolari dal vivo” rischia di limitare la potenzialità e il valore della musica.

Anche il Midj ha elaborato una proposta di legge (qui). “Noi puntiamo a valorizzare il jazz come musica d’arte”, dice Montellanico. Il che non significa che sia un genere elitario. Solo che quell’aggettivo “popolare”, come scritto nella proposta del Pd, in Italia può essere inteso in senso riduttivo, quasi a indicare una categoria inferiore rispetto alla musica classica o lirica. “Il jazz ha uno status al pari della musica classica, è stato anche riconosciuto dal Miur. Dunque non si capisce perché non debba esserci un riconoscimento culturale e professionale dei musicisti oltre che della musica jazz in generale”, continua la presidente Midj. Della legge si parlerà anche il 3 settembre durante gli Stati generali del jazz italiano in quello scenario unico che è la manifestazione il Jazz italiano per L’Aquila. “Quella della legge è una grande opportunità per alzare il livello mentale. La musica è arte, che a differenza di altre come la pittura, è  aggregativa, ha un grande valore di socializzazione e integrazione, un concerto è un vissuto collettivo. E tutto questo è prezioso, oggi”, sottolinea Ada Montellanico.

Che la musica serva “quale leva culturale fondamentale per il Paese” lo sostiene anche Assomusica, l’associazione dei produttori e organizzatori di spettacoli di musica dal vivo che ha lanciato un appello proprio per chiedere una legge quadro sulla musica. Hanno risposto tra i maggiori nomi della musica e della canzone italiana, migliaia di firme in pochissimi giorni. Assomusica afferma che non “è più rinviabile una legge che dia agli artisti, agli operatori e alle associazioni tutti gli strumenti normativi per generare creatività e ricchezza: dal tax credit per gli investimenti, alla semplificazione dei processi amministrativi, ai finanziamenti agevolati per ammodernare le attrezzature”. In tanti, insomma, si sono impegnati in questi ultimi anni a lanciare proposte. Per esempio, Arci Real, la rete Arci Live che secondo la Siae nel 2014 ha realizzato 15mila spettacoli dal vivo, chiede, come dice il coordinatore nazionale Lorenzo Siviero in un suo intervento di qualche mese fa, “di favorire la formazione dei musicisti”, ma anche di tutte quelle figure tecniche e organizzative che stanno dietro la riuscita di uno spettacolo dal vivo. Professionalità che non vengono riconosciute.

La proposta di legge del Pd (tra i firmatari oltre a Rampi, Bonaccorsi, Pini, Arlotti e molti altri) è una delega al governo per disciplinare il settore. Anche in questo caso si parla di valorizzazione di un patrimonio culturale, di promozione e sostegno, di semplificazione, di promozione degli emergenti e dei giovani. E si fa cenno alla necessità di superare quelle norme per quanto riguarda la pubblica sicurezza che risalgono al Testo unico del 1931. Anche questo un segno del passato da cui liberarsi se si vuole veramente che la musica, il linguaggio universale per eccellenza, possa svilupparsi e organizzarsi nel nostro Paese che ha un patrimonio grandissimo, quanto a musicisti, a ricerca musicale e a storia, ma che si trova disperso in mille rivoli. E soprattutto non riconosciuto.

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