Nella partita che vede di fronte il Monte dei Paschi e la Bce non ci sono solo gli azionisti e gli obbligazionisti a rischiare. Ci sono anche loro, i dipendenti della terza banca d’Italia, la più antica del mondo, fondata nel 1472. Sono 25mila, l’equivalente degli addetti ormai di una grande industria. Oggi l’istituto senese pare avviato verso un futuro più roseo rispetto alla scorsa settimana. Intanto il titolo in Borsa registra, al contrario delle altre banche, una impennata + 4,32. È la risposta a quanto è avvenuto negli ultimi giorni. Nonostante la bocciatura nello stress test, comunque si assiste ad un utile netto nel semestre di 302 milioni ma soprattutto è stato deciso il piano di vendita delle sofferenze pari a 10 miliardi di euro e soprattutto il fondamentale aumento di capitale di 5 miliardi.

Ma oggi si fanno vivi i sindacati che lanciano un allarme. Più che giustificato, perché tra gli obiettivi dell’immediato, ci sarà l’applicazione del nuovo piano industriale alla fine di settembre. «Abbiamo già fatto in passato la nostra parte per favorire il risanamento dell’azienda, con pesanti sacrifici occupazionali, normativi e salariali», adesso, sottolineano Cgil, Cisl e Uil in una nota unitaria, «è ora che si mettano in campo politiche aziendali in grado di tutelare i livelli occupazioni». Inutile dire che il timore è legato al fatto che i dipendenti paghino ulteriormente la situazione di crisi. Oltre ad aver visto azzerato in molti casi il proprio Tfr che avevano investito in azioni Mps, i lavoratori della banca senese non vogliono sentir parlare di ulteriori sacrifici che vengono visti legati al passato e quindi come «eccezionali e irripetibili». Quindi chiedono all’amministratore delegato Fabrizio Viola, con il quale hanno avuto un incontro la sera stessa dello stress test, di voltare pagina. Come?

Valorizzando le professionalità interne, invertendo la tendenza generale ad assumere dirigenti dall’esterno, ridurre le differenze salariali con il chiaro riferimento ai super stipendi dei top manager.
Molti sono i passaggi dell’attuale gestione che in passato hanno suscitato attriti. Per esempio il fatto che l’azienda avesse annullato unilateralmente il contratto integrativo; soltanto pochi mesi fa è stato raggiunto un accordo. Ma anche sul processo di esternalizzazione di un migliaio di dipendenti – in alcuni casi finita in tribunale – c’è stato conflitto. Insomma, la questione Monte dei Paschi, oltre ai guru della finanza e della politica, interessa – e direttamente – anche ai lavoratori. Che a questo punto vogliono contare di più, essere informati e negoziare le possibili negative “ricadute” della crisi Mps.

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