In Spagna tutti vogliono evitare le terze elezioni in un anno, ma nessuno vuole Rajoy. Tranne Rajoy (e Ciudadanos). Il leader dei popolari prosegue nel tentativo di formare un governo, seppur di minoranza.

Dopo il voto di giugno (il secondo a soli sei mesi da quello altrettanto infruttuoso di dicembre 2015), ha accettato l’investitura di re Felipe VI pur non avendo i numeri per governare. Tutti vogliono evitare le terze elezioni in un anno, ma nessuno (fuorché i popolari) vuole Mariano Rajoy al timone. Al momento il premier nominato può contare su 137 seggi dei 350 totali e sulla non contrarietà di Ciudadanos (32 seggi) e Coalicion Canaria (1 seggio), che si asterranno in caso di fiducia.

Tolto il deciso quanto ovvio No di Unidos Podemos (Podemos+Iu), l’unica forza politica che può ancora tenere in piedi il progetti di Rajoy è il Psoe, quantomeno con un’astensione (quindi un appoggio esterno) che consenta un governo di minoranza. Ma il leader del Partito socialista, Pedro Sanchez, sembra deciso a non cedere: «Vogliamo cambiare il governo di Rajoy e questo è il motivo per cui voteremo “no” alla fiducia».

L’Europa intanto toglie il piede dall’acceleratore dell’austerity: la Commissione ha annullato le sanzioni per Spagna e Portogallo (anche se tocca ancora aspettare l’ok del Consiglio) e ha elaborato nuove richieste di correzione dei conti pubblici: il debito della Spagna dovrà rientrare sotto il del 3% del Pil dal 2018. Intanto, le elezioni in Galizia (terra dello stesso Rajoy, nato a Santiago de Compostela) e Paesi Baschi (il 25 settembre) sono dietro la porta. E la Spagna è senza governo da otto mesi.

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