Come si sta muovendo l’Italia sul fronte della prevenzione del terrorismo? E nelle carceri, dove il fenomeno della radicalizzazione potrebbe sorgere più che altrove? Un quadro della situazione l’ha offerto ieri Andrea Orlando durante l’audizione al Comitato parlamentare sull’attuazione dell’accordo di Schengen che si occupa di vigilanza in materia di immigrazione. Da una parte il ministro della Giustizia ha reso noto quello che era più che un sospetto: e cioè che a dirigere il traffico di migranti vi sono anche uomini dell’Isis «che svolgono azioni di controllo e di indirizzo nella gestione dei flussi migratori verso l’Italia provvedendo anche a dare direttive sui criteri di distribuzione in Italia dei migranti». Ma Orlando non si è spinto oltre per il «segreto investigativo gravante sulle attività». Invece ha parlato dell’attività di prevenzione nelle carceri, il luogo in cui è più facile fare proselitismo da parte delle cellule jihadiste. Un fenomeno che si è visto anche nei casi dei terroristi che hanno operato in Francia nell’attentato al Bataclan. Anche soggetti che si trovano detenuti per reati comuni  è stato dimostrato che i carcere possono cadere facilmente nella rete di predicatori fondamentalisti. Il ministro ha ricordato più volte che esiste un’azione di coordinamento che fa capo alla Superprocura antimafia che dall’aprile 2015 ha anche i compiti di contrastare il terrorismo e anche la sinergia in atto tra ministero della Difesa e ministero dell’Interno. «Abbiamo avviato una intensa attività nelle carceri con lo scopo di analizzare, neutralizzare e contrastare quella zona grigia di proselitismo del terrorismo di matrice jihadista che fa presa soprattutto sulla seconda generazione di immigrati», ha detto Orlando. Al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria è stato predisposto un apposito servizio di coordinamento per le informazioni che giungono dai vari penitenziari, per il collegamento con le forze di polizia e per l’accesso alle banche dati nazionali ed estere Quest’ultime sono fondamentali per la lotta al terrorismo così come la condivisione dei dati, ha sottolineato Orlando. Sapere per esempio che un soggetto che si trova in carcere per reati comuni in Italia, ma che in un altro Paese ha avuto condanne per terrorismo, serve per prevenire qualsiasi sua azione a contatto con altri detenuti. Nelle carceri italiane, vi è comunque una rigorosa separazione dei detenuti, gli integralisti sono isolati. Il fenomeno della radicalizzazione in carcere va poi monitorato costantemente, in modo da intervenire d’urgenza. Per esempio, può anche capitare, continua Orlando, che un detenuto “a rischio” una volta trasferito in un altro penitenziario, circondato da altri compagni, non scivoli più nella spirale jihadista.
Con la premessa che «il monitoraggio in Italia non è così allarmante», Orlando ha fatto il quadro della situazione dei detenuti «interessati al fenomeno della radicalizzazione». Sono 345, di cui 93 sospettati, 99 hanno dimostrato approvazione per gli attentati dell’Isis, 153 sono a forte rischio e 39 sono detenuti di Alta sicurezza, imputati per reati di terrorismo. I detenuti che provengono dai paesi di fede musulmana sono 10.500 mentre quelli praticanti sono 7500. A questo proposito, proprio per stroncare qualsiasi sentimento di vendetta, «per creare gli anticorpi contro l’odio sociale e religioso», Orlando ha parlato anche del fatto che debba essere garantito l’esercizio del culto ai detenuti, stipulando accordi con associazioni e comunità musulmane. In sostanza, ha concluso la sua relazione il ministro, la lotta al terrorismo è una «prova per l’Europa democratica», ci sono scelte urgenti da fare politicamente , scelte però che non prevedano «un appesantimento repressivo». La strategia invece è quella di badare all’efficacia effettiva degli interventi con analisi, monitoraggio e cooperazione. Magari con una procura europea forte, ha sottolineato il ministro.

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