Nell’antica Grecia le donne erano ammesse ai giochi, eccezionalmente, alla corsa dei carri. Ma ” non direttamente a bordo del carro a condurre i cavalli, ma come finanziatrici dell’auriga e talvolta come allenatrici dei ronzini”, scrive Francesco Gallo ne Le dee di Olimpia (Ultra) che ricostruisce la storia della partecipazione femminile ai giochi. Osteggiata dal barone Pierre de Coubertin che avrebbe voluto tenerle fuori.Tanto che la prima edizione dei Giochi dell’era moderna che si svolsero ad  Atene nel 1896 fu tutta la maschile. Ma già le prime femministe si erano attivate e da allorora fino alla 31esima edizione dei Giochi che si aprono il 5 agosto a Rio, le donne si sono fatte sempre più spazio, in moltissime discipline.  Ne Le dee di Olimpia lo storico Gallo racconta  alcune delle più  grandi figure femminili che hanno fatto la storia delle Olimpiadi e dello sport. A cominciare dalla greca  Stamàta Revithi, che benché esclusa da de Coubertin percorse lo stesso tragitto degli uomini nella maratona, tagliando il traguardo solo un’ora dopo il vincitore.  Ai  giochi del 1900 e e del 1908 poi incontriamo alcune interessanti golfiste e tenniste.  Come la leggendaria  Charlotte Cooper che vinse per la prima volta a Wimbledon nel 1895 e bissa il successo l’anno dopo quando il tennis approda per la prima volta alle olimpiadi di Atene.  Giocò la sua ultima partita nel 1912, alla “veneranda” età di 42 anni, essendo diventata nel frattempo quasi completamente sorda.

Charlotte Cooper

Charlotte Cooper

 

Con la guerra furono le donne a sostituire in gara gli uomini  che erano al fronte e da quel momento la loro presenza fu sempre più massiccia. Basta pensare alle mitiche sirene di Stoccolma e alle flappers le donne emancipate dei ruggenti anni Venti.  Grande narratrice per immagini dei Giochi fu poi la regista Leni Riefenstahl. Ex ballerina costretta al ritiro anticipato per una lesione al menisco fu la regista de La montagna dell’amore, il film che uscì nelle sale esattamente dieci anni prima delle Olimpiadi del Führer, che la invitò a partecipare ai progetti della Camera Cinematografica creata dal dal suo ministro della cultura e della propaganda e le commissionò il documentario sulle Olimpiadi di Berlino:  un film  esaltava l’agonismo e e la competizione sul piano della forza e del vitalismo in chiave di propoganda nazista.  In Italia già con il futurismo si vedono le prime donne nelle vesti di piloti, e atlete mascolinizzate, per andar dietro al delirante messaggio di Marinetti, “la guerra igiene del mondo”. E Mussolini fece sua questa ideologia ginnica, pur pensando che le donne dovevano stare a casa a cucinare e fare figli.  protagonista di quella sciagurata stagione fu  Trebisonda Valla, detta Ondina, campionessa olimpica degli 80 metri ostacoli a Berlino 1936 e prima donna italiana a vincere una medaglia d’oro ai Giochi olimpici. Ondina si allenò in silenzio per quattro anni per farsi trovare pronta all’appuntamento con la storia. Davanti alla cinepresa della Riefenstahl inscenò una finale epica con l’amica e rivale di sempre, Claudia Testoni, la quale però rimase fuori dal podio, mentre Ondina mandò in tilt il primo cronometraggio fotoelettrico brevettato dallo svizzero Tissot che decretò la sua vittoria per un centesimo appena di vantaggio sulla canadese Elizabeth Taylor (omonima) e la tedesca Steuer.

Ondina Valla

Ondina Valla

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