Non è facile lenire i segni della corda. Sempre. Nella vita, quando capita di stringere una corda con la forza del bisogno, i segni infine rimangono per tutti gli anni dopo: sono le rughe dell’allarme, della disperata salvezza.

Yusra si è appesa alla corda del gommone. Mica di un gommone. Del gommone che attraversa l’Egeo per trascinare gli scappati siriani dalla Turchia alla Grecia: i gommoni su quella rotta sono tutti uguali per il retrogusto disgraziato, per l’appuntitissima fragilità del sogno e per quel mare pronto a farti isola in mezzo al mare. Lei, Yusra, con i suoi quasi diciotto anni, si è appesa al suo gommone con il motore spento e l’ha trascinato fino a riva salvando se stessa e il resto di quella ciurma che erano rifugiati, scappati, migranti, forse salvi, come lei.

Yusra Mardini è una storia che si ripete ogni giorno. Migliaia di volte ogni anno. Certo: lei non è annegata, non è finita rinchiusa tra i manganelli e nemmeno impigliata nel filo spinato. Quando il CIO ha deciso di aprire la partecipazione alle olimpiadi a una squadra di rifugiati (che visione coraggiosa istituire la nazionale dei senza nazione, tra l’altro) Yusra deve aver pensato che il destino le offriva l’opportunità di spalmare balsamo sulle sue ferite.

E infatti Yusra ieri, senza un gommone legato al corpo, ha nuotato fortissima. Un minuto, nove secondi e ventuno centesimi per nuotare cento metri a farfalla: la liberazione di correre senza il piombo deve averla soffiata. Non si è qualificata, seppur prima, ma ha nuotato per nuotare senza bisogno di salvarsi e salvare. L’agonismo è già un traguardo per chi di solito nuota per non andare a fondo.

Ieri a Rio ha gareggiato una profuga siriana applaudita dall’intero palazzetto: un applauso che ha rimesso l’umanità al suo posto. Restare umani, gareggiare, vincere anche se non abbastanza: la normalità di perdere ha un profumo meraviglioso per chi ha lottato e non è morto. Grande gara, Yusra. Grazie.

Buon lunedì.

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