Arrivo a Formello, appena fuori Roma, in tempo per il caffè. Daniele Silvestri ha appena finito di pranzare e dedica la pausa a Left. «Fumiamo una sigaretta prima di cominciare?», mi chiede. Avvolge il tabacco, poggiato al tavolino sotto un ombrellone. È stanco ma carico, sta preparando l’uscita di Acrobati e il nuovo tour. L’intervista comincia prima di cominciare. Con lui è così, non c’è spazio per le formalità. «Meno male che c’è Left», dice. Lo interrompo: «Prendo il registratore». «Prego», mi sorride.
Daniele, che mi dicevi della libertà?
Che la libertà non è solo averla, non si tratta di avere dei confini sufficientemente larghi, è una roba mentale, dentro. Spesso è da te stesso che devi liberarti. Prima mi dicevo: questi due o tre argomenti li devo affrontare. Dopo questo disco non ho più questa esigenza. Anzi, ho voluto fare la cosa più sincera e istintiva possibile e sorprendere anche me. Se poi il risultato incontrerà le aspettative di chi mi aspetta, ben venga, altrimenti me lo perdoneranno (sorride sicuro).
Aspettative come i contenuti altamente politici. Dall’“Uomo col megafono” a “Cohiba”, hai veicolato messaggi importanti, alleggerendoli. È forse questo il contenuto che ti ingabbiava?
Un po’ sì. Non tanto il fatto di parlare di politica, ma di “essere politico”, e io lo sono perché vivere è fare politica con le proprie scelte e il proprio comportamento. Anche se in questo disco ho evitato l’attualità stringente, quella fatta di fatti specifici o nomi e cognomi – e non perché mi spaventi – ma perché mi sento un po’ meno in diritto di essere il portavoce di una generazione che può interpretare al meglio l’attualità. Ci sono persone che hanno molti meno anni di me che lo possono fare meglio, che hanno l’energia e la forza dell’ingenuità che si hanno a vent’anni.
E tu cosa puoi fare?
Ho 47 anni, e alla mia età quello che posso fare è avere uno sguardo più distante dalle cose, raccontare delle storie – in fondo è quello che mi è sempre piaciuto fare – che dentro hanno un’intensità, emozioni, ragionamenti, racconti e spaccati di vita. Ne faccio un atto politico. È vero che questo disco forse è più poetico che politico. Ma la poesia è politica, e a volte lo è in modo ancora più forte. È meno esplicito ma più immediato. Sembra un controsenso, invece è così.
A proposito di politica: che ne pensi dell’Europa di oggi?
Sono tra quelli che nella possibilità di metterci insieme in Europa, con l’ingenuità e l’ottimismo che m’accompagnano da sempre, ha visto una grande possibilità di ragionare finalmente e di nuovo a lungo termine. Con un’idea di Uomo da mettere avanti e un orizzonte più ampio. Intravedendo anche nello stesso Parlamento europeo la possibilità di lavorare al di fuori dei piccoli fatterelli e delle piccole polemiche di cui mi sembra sia fatta ormai la nostra politica. Mi sono sbagliato… (alza le spalle e allarga le braccia).
Non sarai troppo drastico?
La sensazione è questa. Le istituzioni dovrebbero sempre rappresentare il meglio e non il peggio. Io sono un vetero comunista (fa una smorfia, con autoironia) e penso allo Stato come a un padre che ti educa, ti aiuta, ti protegge. E, soprattutto, ti è di esempio. Vale ancora di più per le istituzioni europee e per un’intera comunità che è un insieme di popoli diversi, conciliabili solo in ragione di valori alti. Per me è quasi automatico, eppure nei fatti succede l’esatto opposto.
A meno che non ci si voti alla cultura del “contro”: proteggerti dai non europei fa di te un europeo.
Già, si ricomincia a parlare di un’Europa più piccola, di proteggere chi “merita” di essere protetto e di lasciare fuori il resto… a cominciare dai migranti.
Tu che frontiere non ne hai mai avute – e questo disco lo dimostra – come te lo spieghi che il mondo torna xenofobo?
Scusami, la prendo un po’ larga. Mi piace studiare la storia dell’Umanità e del Pianeta: quando hai questa passione, finisci per considerare il nostro periodo come una parentesi dentro un arco di tempo molto più grande. E la storia dell’Uomo è fatta di migrazioni: è la chiave fondamentale di tante guerre, certo, ma anche di tante rivoluzioni, persino genetiche. Migrare è una caratteristica essenziale dell’Uomo, che ha imparato nei millenni a spostarsi quando ne aveva bisogno. Non saperlo, non considerarlo, non prevederlo è una della principali cecità che possiamo avere.
Siamo appena tornati da Madrid. Varoufakis, Ada Colau, Ken Loach e Noam Chomsky hanno messo la faccia su un piano B per l’Europa. Cosa ti aspetti?
Dai nomi che mi fai qualcosa me l’aspetto, proprio un orizzonte. Perché quello che mi manca è un orizzonte. A me non interessa il piano economico come orizzonte. Certo, non se ne può prescindere, ma vengono prima le idee. Un progetto di Uomo, di Umanità e di Collettività. Anche se ci vorranno anni, magari decenni, va realizzato.
Che poi l’economia dovrebbe servire a rendere concreto quello che dici…
Sarebbe così, ma il mercato e l’economia sono diventati la vera spinta politica, una spinta senza anima e senza idee. Che bada solo alle necessità del profitto.
Essere contro il profitto e il capitalismo è vecchio. È stato rottamato, non lo sai?
Eh sì… e non ci vedo per forza qualcosa di negativo. Le parole dopo un po’ che sono usate perdono la loro forza, diventano “astratte”, mentre dentro contengono il mondo.
E allora come si fa?
Il mondo cambia e quindi anche il linguaggio deve cambiare. La lingua – e lo insegna non la politica ma l’arte – è sempre cambiata nel tempo. E non è sbagliato che sia così. Poi, certo, c’è chi interpreta furbescamente questa realtà dei fatti, e sicuramente Renzi in questo è un maestro. Se penso all’ingenuità con cui Bersani sceglieva le parole da usare e alla capacità di Renzi di scegliere quelle giuste… c’è poco da dire, in questo è proprio bravo… Ma non deve essere una rincorsa a una terminologia che inganni. Potrei parlare tanto di Renzi, ma non sono tra quelli che pensano che sia tutto lì il nostro problema.
Beh, dietro un “grande” uomo c’è un grande niente. Dov’è finita la sinistra?
Se guardo a sinistra vedo una Sinistra che non ha nemmeno fatto lo sforzo di capire che certe parole non possono avere più la stessa forza. Le parole vanno “pulite”, perché la Storia è cambiata e certe cose arrivate dopo non hanno ancora un nome. E se usi male le parole rischi di allontanare invece di avvicinare le persone.
Un’ultima domanda. Qual è la tua morale della favola?
Le parole che mi vengono in bocca sono: libertà e curiosità. Il desiderio di dare onore alla prima – mi ritengo una persona libera – unito alla seconda, che distingue un essere vivente da uno che non vive più, è la mia personale ricetta per continuare a sentire che la vita e questo mestiere hanno un senso.
Grazie Daniele.
E di che.

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