Narra la leggenda che un giorno, davanti a un enorme incendio nella foresta, gli animali, terrorizzati, osservavano inermi il disastro. Solo il piccolo colibrì prendeva nel ume delle gocce d’acqua, col becco, per gettarle sul fuoco. Quando l’armadillo lo derise – “Non è con queste gocce d’acqua che spegnerai il fuoco!” – il colibrì rispose: “Lo so, ma faccio la mia parte”. Left ha incontrato il padre dei Colibrì, Pierre Rabhi, il pioniere dell’agroecologia. Che nel 2017, sarà candidato alle presidenziali francesi per rimettere l’Uomo e la natura al centro. Franco-algerino, 77 anni, losofo, scrittore, poeta e contadino. Da 45 anni è a capo della protesta contro l’agricoltura industriale. Con le mani callose di chi lavora duro, gli occhi di chi ri ette a fondo sul futuro e la premurosa gentilezza di un leader, Rabhi ci ha parlato di autoproduzione e ri uto della logica mercantile, di abbandono della chimica per la concimazione naturale, di varietà biologica invece di monocoltura, di valorizzazione del locale, autosuf cienza e autonomia come alternativa al mercato mon- diale. Pierre e i suoi sono “ritornati alla terra”, in Ardèche, nel sud della Francia, per «resistere al sistema rendendosi autonomi nella sopravvivenza» e cercare modelli di crescita alternativi. Oggi il suo movimento – Terre & Humanisme – raccoglie consensi e adesioni. Mentre a Milano sta per calare il sipario su Expo, abbiamo chiesto a Rabhi come si fa a “nutrire il pianeta”.

A 20 anni è emigrato dall’Algeria in Francia. Pochi anni di vita operaia e poi la scelta di ritornare alla terra. Ricorda il perché?

È stato un cambiamento avvenuto tramite un approccio loso co alla vita. Avevo l’impressione che rimanendo in città avrei impiegato tutta la mia vita in un sistema arti ciale, non trovavo più un senso. Quindi mi è sembrato in- dispensabile lasciare la città e tornare a vivere nella natura. Gli esseri umani dovrebbero mettersi in armonia con il resto degli esseri viventi. Siamo parte della natura ma ce lo dimentichiamo, pensiamo di essere importanti e insieme riteniamo che la natura non lo sia.

Come “nutrire il pianeta” ed evitare la “deserticazione” è il tema centrale di Expo 2015. A Milano molte multinazionali hanno messo in vetrina il loro “bio”, la loro versione “ecologi- ca” di cibo. Che ne pensa?
È molto disonesto, quello che conta per loro è fare profitto. L’ecologia deve essere accompagnata da un’etica: il rispetto della vita, delle generazioni future. Le multinazionali cercano il loro interesse, il pro tto, la loro intenzione non è né loso ca né etica, è unicamente commerciale. L’essere umano deve capire che è parte di questo percorso: siamo acqua, materia terrestre, materia minerale, siamo gli della natura stessa.

A proposito, l’Ue ha escluso l’acqua dal Trattato di liberalizzazione con gli Usa (il Ttip), ma non le sementi e l’agroalimentare. Non sono beni comuni per l’Unione. Una prateria per le mutinazionali…
Sul pianeta esistono persone potenti perché noi le abbiamo rese tali. I semi, le terre, si sono
accaparrati tutto. È una rapina. Una rapina, in qualche modo, legalizzata. Dovrebbe esistere una regola internazionale per impedire che una minoranza con schi dei beni che appartengono all’umanità. Ma, come sappiamo, la politica, il commercio e gli affari sono uniti: l’uomo d’affari saccheggia e il politico convalida.

E la cultura dominante sembra approvare o, quantomeno, subire.
Sì. Il fatto è che quando una mamma alleva suo glio, spesso, lo prepara alla società. Lo cresce per farlo diventare un consumatore o un produttore, questa madre offre suo glio al sistema. Dovremmo insegnare ai bambini come funziona la vita e, invece, impartiamo loro le competenze utili al sistema.

Come spiegarlo a un ragazzino che, nato e cresciuto in città, crede che il tonno cresca nelle scatolette?
Spiegandogli che la terra è l’elemento fondamentale senza il quale non saremmo nemme- no qui. Al principio, il grano era semplicemen- te un seme che cadeva per terra, e l’uomo l’ha mangiato. Dopo ha pensato che avrebbe potuto prendere quel seme e metterlo lui stesso nella terra, e si è reso conto che cresceva. Così è nata l’agricoltura: l’essere umano ha collaborato con la natura, per nutrirsi. Ed è per questo che la rivoluzione agricola ha un valore culturale importante e dovrebbe appartenere a tutti i sistemi pedagogici del pianeta.

In La sobrietà felice, 300mila copie, teorizza una rivoluzione della sobrietà. Cosa significa?
he attraverso la sobrietà eviteremo di arricchire le multinazionali. Ci lamentiamo delle multinazionali ma diamo loro ogni giorno il nostro denaro. È importante capire che nel comportamento individuale di ognuno c’è una responsabilità morale. Quello che poi bisogna chiedersi è se esiste un altro modo di riorganizzare le cose.

Ed esiste?
Sì, ma non nel registro della crescita economica, dove si cerca il “sempre più” per una mino- ranza e il “sempre meno” per la maggioranza. Incoraggio le persone a fare il loro proprio orto, se possono. Anche piccolo. La soluzione è fare resistenza, perché ogni volta che fate qualcosa che vi dà dell’autonomia fate resistenza ad un sistema che fa hold up (saccheggio, ndr) del bene comune.

A chi dice che siete degli hippy e che la vostra è una moda marginale e minoritaria, che risponde?
All’inizio la nostra scelta non è stata accolta bene, per molto tempo siamo stati considerati dei pazzi, ma oggi aumentano il consenso e le adesioni. Gli hippy, i giovani del 1968, rivendicavano il diritto di sognare in una società razionale, ma all’epoca eravamo in piena prosperità, la macchina economica funzionava bene, e loro si ribellavano al sistema consumistico. Oggi i giovani non scenderanno in strada a protestare contro il sistema consumistico, perché c’è sempre meno da consumare. Disoccupazione, crisi economica, esclusione umana, guerra economica internazionale, aumento degli armamenti: la domanda di oggi è come costruiremo l’avvenire? Possiamo restare nel sistema dicendo che non possiamo fare nulla oppure immaginare la vita in un altro modo. Ecco perché oggi il ritorno alla natura è una forma di resistenza.

Che lei pratica da 40 anni. Ci racconti come.
Con quello che ho imparato da piccolo: utilizzare gli strumenti. Riscoprendo la manualità ho potuto fare il muratore, il fabbro e l’agri- coltore. Oggi non insegniamo più ai bambini adesso il nostro impegno è diventato una te- stimonianza. Una protesta contro un modello che trasforma l’essere umano in schiavo: dare la vita in cambio di un salario, aspettando la pensione. Noi lo rifiutiamo.

Per salutarci, ci racconta una delle sue storie?
(sorride) Certo. Un pescatore con la sua piccola barca sta facendo asciugare le reti, sta lì tranquillo dopo aver finito il suo lavoro. Un uomo serio passa, lo guarda, indica la sua barca ed esclama: “Uh, ma è piccola questa barca, potrebbe averne una più grande!”. E il pescatore: “Per farne cosa?”. L’uomo: “Per pescare più pesce”. E il pescatore: “E poi?”. L’uomo: “Poi prenderete una barca ancora più grande, poi molte barche, assumerete dei pescatori, e farete affari. E dopo vi riposerete”. E il pescatore risponde: “È quello che sto facendo”.

 

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