La ricerca della verità, rifiuto dell’ipocrisia e della delazione. Lotta non violenta, senza lasciarsi avvelenare dall’odio e senza sottomettersi all’oppressore. Capacità di reagire, per non farsi distruggere, anche interiormente. Cercando di tenere viva la mente in condizioni estreme, non rinunciando al sentire, per quando è doloroso. Sono queste qualità, profondamente umane, a unire gli otto personaggi, diversissimi fra loro, che Tzvetan Todorov racconta nel suo nuovo libro, Resistenti, pubblicato in Italia da Garzanti. Donne e uomini, “indomiti e ribelli” che hanno lottato per la giustizia, i diritti, la libertà di espressione. Tra le pagine di questo nuovo, appassionato, lavoro dello studioso francese di origini bulgare ritroviamo Nelson Mandela e Malcom X, ma anche scrittori che hanno attuato una rivolta silenziosa come Boris Pasternak e che sono finiti in un gulag come Aleksandr Solženicyn o in un campo di sterminio come l’ebrea olandese Etty Hillesum. O ancora partigiane che hanno combattuto il nazismo come Germaine Tillion, torturata in carcere affinché rivelasse i nomi dei compagni e reclusa in condizioni di deprivazione sensoriale, perché la sua testa cessasse di funzionare. Come avrebbe voluto (lo disse esplicitamente) il giudice che condannò Antonio Gramsci.

A rendere originale il racconto di Resistenti è anche il punto di vista di chi scrive: storico, filosofico e molto personale rievocando memorie d’infanzia nella Bulgaria comunista, dove Todorov ha vissuto fino al diploma, finché decise di andare a studiare Filosofia del linguaggio a Parigi. A spingerlo a trasferirsi in Francia fu un doppio choc: «Dal 1944 la Bulgaria era entrata nell’orbita dell’Unione sovietica: il Paese era stato progressivamente sottomesso a un regime totalitario dominato dal Partito comunista. Il 1956 ha rappresentato per me un punto di svolta. Mi ero iscritto a Filologia all’università di Sofia. Era il momento in cui sarei dovuto entrare nella vita adulta con una certa autonomia di giudizio», scrive Todorov. Due avvenimenti cambiarono il corso della sua vita. Il primo fu il congresso del Pcus in cui il segretario Nikita Kruscev denunciò i crimini di Stalin e dello stalinismo. «Stalin era stato adorato come un semidio, prima e dopo la morte, nel 1953, e improvvisamente venivamo a sapere, dalla fonte più autorevole, che era uno dei peggiori criminali dell’epoca». Anche se il rapporto segreto di Kruscev rivelava solo una parte della verità, per lo studente fresco di diploma e gran parte dei suoi connazionali, crollava un mondo. «Senza dubbio era l’inizio di una nuova epoca, mi dicevo». Ma presto ebbe un nuovo choc, una bruciante delusione. Lo stesso Kruscev che aveva denunciato i crimini di Stalin ordinò l’invio di carri armati in Ungheria, soffocando nel sangue ogni tentativo di riforma e di autonomia del Paese. Il regime comunista, che professava ideali di uguaglianza e libertà, che parlavano di “uomo nuovo”, continuava a violare i diritti umani.

Professor Todorov cosa c’era di sbagliato nell’idea comunista di uguaglianza e perché il regime, come lei ha detto, fu «una scuola del nichilismo»?
Questa domanda meriterebbe una risposta lunga e articolata. Dovendo esprimermi in estrema sintesi, in generale direi che gli ideali proclamati dal comunismo sono stati snaturati e svuotati di senso dai mezzi violenti e coercitivi utilizzati per promuoverli. Ma c’era di più. I regimi comunisti del XX secolo, costruiti sul modello stabilito da Lenin in Russia, non avevano davvero come base l’universalità e l’uguaglianza tra tutte le persone perché, per loro, una parte della popolazione doveva essere eliminata: la borghesia o i ricchi in Russia, gli intellettuali e gli abitanti delle città in Cambogia, solo per fare due esempi. Quei regimi si basavano sull’idea manichea che esistano due specie di esseri umani. Le loro pratiche non perseguivano l’obiettivo di una società più egualitaria e più giusta per tutti. Al contrario stabilivano molteplici distinzioni giuridiche che favorivano alcuni e discriminavano altri. Eppure programmi e parole d’ordine erano rimasti impregnati di espressioni che rimandavano a ideali di uguaglianza e libertà. Quale conclusione può trarre un cittadino dal fatto che vengono usate parole senza corrispondenza nella realtà? Il risultato fu una sfiducia diffusa verso i discorsi che enunciavano valori astratti. Non potevamo crederci. Così questi sistemi hanno cresciuto generazioni che diffidano dei valori civili, convinti che l’interesse sia l’unico movente delle nostre azioni.
Paesi dell’Est come l’Ungheria e la Polonia oggi attuano politiche fra le più feroci contro i migranti. Un caso?
Mi sembra che politiche di respingimento e chiusura verso i migranti, che possono essere osservate anche in altri Paesi dell’Europa orientale, abbiano origine nel medesimo fenomeno. L’esperienza del passato totalitario non favorisce generosità e fiducia. Non arriva a produrre nemmeno una retorica riguardo all’assistenza necessaria verso chi fugge da guerre e povertà. L’egoismo, individuale o collettivo, prevale.
Quale futuro possiamo immaginare per l’Europa, perché non sia una fortezza o una mera sommatoria di mercati?
Dobbiamo immaginare e puntare a costruire un’Unione europea in cui la riflessione politica, nel senso più ampio del termine, giochi un ruolo molto più importante di quello che ha oggi. Quando la Cancelliera tedesca Angela Merkel dichiara di voler accogliere un milione di profughi, – come appare chiaro – non lo fa per generosità, ma avendo chiara una prospettiva: nel medio e lungo termine avvantaggerà la Germania, la renderà più dinamica, forte, ricca. Ma per prendere una tale decisione, il cui risultato si vedrà fra trent’anni, si deve saper guardare oltre le considerazioni economiche a breve scadenza. Il problema oggi è che l’Unione europea non ha una guida politica, i singoli governi da soli non possono incidere su queste questioni. Anche per una ragione evidente: i leader europei non hanno legittimità democratica. D’altro canto, per quanto ci si possa giustamente lamentare della lentezza dei processi istituzionali europei, si tratta di un passaggio irrinunciabile. Non auspichiamo certo “soluzioni” rapide alla Napoleone o peggio ancora alla Hitler.
Pasternak, Tillion, Mandela, tutti i protagonisti del suo libro hanno rifiutato la violenza. Prima di tutto è stato un “no” interiore, a cui sono seguite azioni coerenti. Cosa possiamo imparare dalle loro storie oggi?
Questi personaggi “ribelli”, come li chiamo io, ci dicono che siamo in grado di combattere un nemico senza odio; e che questo approccio non violento può essere più efficace della forza e dei metodi sanguinosi. Il primo passo è non annullare l’umanità dell’altro, vedere che anche il mio nemico è una persona. Invece di gettare in mare i bianchi afrikaners come suggerivano i leader più estremisti della popolazione nera sudafricana di Mandela, lui disse che andavano considerati come cittadini a pieno titolo, lottò perché non ci fossero più discriminazioni abolendo ogni forma di apartheid razziale. Questa lezione, a mio avviso, dovrebbe ispirare oggi le nostre politiche.
Oltre al pacifista israeliano David Shulman e al pirata informatico Edward Snowden, a cui dedica l’ultimo capitolo, chi sono i resistenti oggi?
Non voglio fare elenchi e distribuire onori. Esistono, ce ne sono intorno a noi, si tratta di persone anonime, non necessariamente famose.

Questa intervista è comparsa su Left.

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