Ci siamo chiesti come stare sul terremoto. Lo abbiamo fatto a lungo. Abbiamo guardato immagini e letto. E siamo andati a cercare fuori, lontano in Paesi che “vivono col terremoto”. Poi siamo tornati in Italia. Mai più: è la locuzione più utilizzata nel nostro Paese dopo ogni catastrofe che, puntualmente, si ripete. Forse per una certa tendenza a dare peso relativo alla vita su questa terra o più semplicemente perché, poi, quando questo “mai più” deve tradursi in scelte lungimiranti si preferisce piuttosto puntare su quelle che permettono di riscuotere consensi a breve termine.

Abbiamo letto e riletto il ragionamento fatto dal presidente del Consiglio nella sua eNews datata 29 agosto e dedicata al sisma di Amatrice. Non vogliamo soffermarci sulla retorica del «dolore» e della «reazione» degli italiani «bravi e coraggiosi». Né ci interessa indugiare sulla trasparenza della ricostruzione, alla quale contiamo di contribuire facendo bene il nostro mestiere, o sull’impegno a lavorare «senza annunci» accompagnato dall’hashtag #CasaItalia che per ora è un mix di buone quanto generiche intenzioni, con l’immancabile contorno di testimonial – stavolta al sempreverde Raffaele Cantone si è aggiunto Renzo Piano, cui va riconosciuto il merito di aver rimarcato la necessità della prevenzione. Ma su qualche punto fermo che pare esserci, almeno a prima vista. Da quello che scrive, non ci aspettiamo ricette dagli esiti catastrofici analoghe a quella messa in campo dall’accoppiata Berlusconi-Bertolaso nel 2009 a L’Aquila. E possiamo almeno sperare che si mandino una buona volta in soffitta tante inutili – e spesso dannose – mega-opere, almeno finché non sarà in fase avanzata la “grande opera della prevenzione”. Per una serie di ragioni, però, non siamo tranquilli: la tendenza a trasformare anche i progetti più ambiziosi e lungimiranti in “mal-affari” di piccolo cabotaggio è sempre dietro l’angolo. Ma soprattutto quello che mettiamo in discussione nel nostro sfoglio sul terremoto, è l’impostazione di fondo che traspare nelle parole di Matteo Renzi, quando dice che «la pretesa di tenere sotto controllo la natura è miope e persino assurda». Parole che sembrano indulgere a una sorta di rassegnazione di cui invece dobbiamo fare a meno. Renzi afferma che l’idea del rischio zero è “iper razionalista” eppure a Tokyo, come potete leggere su questo numero di Left, è un obiettivo fissato per le Olimpiadi del 2020.

Il punto non è “la natura da controllare”, ma la nostra capacità di adattamento ai fenomeni climatici come a quelli naturali, la nostra abilità nell’essere resilienti. Non è la natura il nostro nemico, siamo noi stessi. Quando costruiamo male e nel punto sbagliato, quando pur disponendo delle tecnologie più innovative ed efficaci non le usiamo, diventiamo nemici di noi stessi. Perché non siamo capaci di rinnovarci e di rinnovare, rimanendo ancorati a una supposta necessità di costruire tutto come sempre.

Renzi parla di «un progetto che tenga più al riparo la nostra famiglia, la nostra casa». Non è di un riparo che ha bisogno l’Italia, ma di luoghi aperti, di una sicurezza fatta di adeguamenti antisismici e, al tempo stesso, di comunità inclusive, aperte al cambiamento. Il nostro Appennino, spesso definito con insopportabile retorica la “spina dorsale” del Paese, non deve diventare un museo a cielo aperto, ma un insieme di comunità vive, attraversabili e attraversate, più e meglio di sempre. La storia e i monumenti di Amatrice si mettono in sicurezza se si aprono al mondo, approfittando di tecnologie che li rendano “a rischio sismico zero” ma anche di quelle in grado di rendere umanamente agibili e abitabili questi territori. Il nostro augurio alle comunità colpite dal terremoto è di avere i tetti necessari (e quando possibile solari) ma anche di incontrarsi e di “connettersi” al nuovo in piazze aperte e ritrovate.

Questo articolo continua su Left in edicola dal 3 settembre

 

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