Oggi, in una New York scossa dalle bombe-pentola che hanno fatto 29 feriti nella notte tra sabato e domenica (una delle due non è esplosa), si riunisce il primo vertice mondiale per i rifugiati e migranti. Manhattan sarà blindata due volte: per le bombe e perché questa è la settimana dell’Assemblea generale e per l’isola sull’Hudson passeranno capi di Stato e primi ministri di tutto il mondo. Domani, ai margini dell’Assemblea, gli Stati Uniti organizzano un loro vertice sui rifugiati, che vorrebbero essere più significativo di quello ufficiale. In un anno che si conclude senza risposte per la Siria e per le centinaia di migliaia di persone in fuga dalla guerra nel mondo (Afghanistan, Sud Sudan, Iraq, per citare tre esempi), i due vertici saranno quasi certamente uno meno significativo dell’altro.

Come a Bratislava nei giorni scorsi, assisteremo a divisioni in materia di immigrazione, ascolteremo di numeri allarmanti e di una situazione drammatica da parte di chi di rifugiati se ne occupa, come l’Alto commissario Filippo Grandi, capo dell’Unhcr, e poi la dichiarazione che verrà approvata sarà ineccepibile dal punto di vista della retorica e vaga in termini di obbiettivi. Come il documento che verrà adottato, che punta a ridisegnare la cornice all’interno della quale si tratta il fenomeno, ridurra la violenza nei confronti dei rifugiati, trovare nuovi posti che ospitino le persone in fuga dalla guerra.

Tre numeri sono utili per capire quanto poco si faccia e si sia fatto in questi tre anni: il Giappone, il Brasile olimpico e la Russia hanno accolto in totale 25 nuovi rifugiati, il 90% tra questi è ospitato in Paesi poveri, le agenzie delle Nazioni Unite che lavorano in Siria, Yemen e Sud Sudan non hanno le risorse per agire – il programma di assistenza più ricco, quello siriano è finanziato al 49% del fabbisogno.

In questo contesto il cambio di retorica nel documento è un passo avanti ma poco più.

FILE - In this Aug. 13, 2015 file photo, a man carries a girl in his arm as they arrive with other migrants just after dawn on a dinghy after crossing from Turkey to the island of Kos in southeastern Greece. The question of what to do about the world’s 65.3 million displaced people takes center stage at the United Nations General Assembly Monday, Sept. 19, 2016, when leaders from around the globe converge on New York for the first-ever summit on Addressing Large Movements of Refugees and Migrants. (AP Photo/Alexander Zemlianichenko, File)

Uno sbarco a Kos in Grecia.  (AP Photo/Alexander Zemlianichenko)

L’Europa litiga su chi ospiterà meno rifugiati e dopo l’ennesimo cattivo risultato per la Cdu di Angela Merkel nella rossa Berlino, dove la destra xenofoba di AfD (Alternativa per la Germania) ha superato il 10%, pochi si spenderanno per fare qualcosa in più. Oggi chi chiede solidarietà è impopolare in un Vecchio continente. Italia, Grecia, molti Paesi dell’Est, ma anche gli stessi Stati Uniti e Messico “ospitano” i migranti in centri di detenzione, violando di fatto lo spirito delle convenzioni internazionali in materia di rifugiati. Altri fanno peggio, se è vero che guardie di frontiera turche hanno aperto il fuoco su profughi siriani e che l’Iran rispedisce gli afghani nel loro Paese in guerra.

Il vertice di Obama è leggermente più utile: si paga per partecipare, che significa che al tavolo siedono solo coloro che prendono impegni finanziari e non. Gli obbiettivi sono quello di aumentare il fondo mondiale destinato ai rifugiati di circa un terzo, aumentare la possibilità di andare a scuola per i ragazzi e bambini rifugiati, aumentare l’ospitalità. Gli impegni presi, insomma, saranno un po’ più concreti. Ma sarano piccoli e relativi. E verranno anche da Paesi che, pur facendo più di coloro che si voltano dall’altra parte, violano le convenzioni. Un ottimo esempio sono proprio gli Stati Uniti di Obama.

Pur avendo mostrato di voler fare qualcosa, scelto di ospitare siriani in maniera autonoma – negli Usa i siriani non arrivano da soli – avendo leggermente cambiato le politiche nei confronti dei minori non accompagnati che arrivano dal Salvador, Nicaragua, Honduras, gli States continuano a chiudere proprio quei ragazzini in centri di detenzione. E talvolta li respingono. E proprio per questo, nel testo finale della dichiarazione del vertice ufficiale che si tiene oggi, manca il riferimento alla necessità di vietare la detenzione dei minori. Nel testo si legge “la detenzione è raramente, o mai, nell’interesse del minore”. Ovvero, sarebbe meglio che non foste cattivi, ma non è vitato esserlo.

 

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