E alla fine la montagna partorì un topolino. O forse nemmeno quello. La legge sulla “Tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo”, approvata alla Camera con 242 sì, 73 no e 48 astensioni, e modificata in corso d’opera con emendamenti che la estendono anche ai maggiorenni, rischia di perdere efficacia. Troppe norme che esulano dall’ambito dei minori e da quello scolastico, per cui si va a lambire la libertà di espressione e il potere dei signori della Rete. Insomma, il focus della legge ora nuovamente all’esame delle commissioni del Senato è troppo esteso e per tutelare tutti si rischia non tutelare nessuno. E il bello è che tutto è accaduto all’interno dello stesso Partito democratico, con emendamenti proposti, tra gli altri, da Micaela Campana e Paolo Beni.

«Così tra l’altro, il percorso sarà molto farraginoso, ci sarà bisogno di altre audizioni perché la prima Commissione vorrà approfondire, visto che è cambiata la platea dei destinatari» dice scettica a Left Elena Ferrara, la senatrice Pd che aveva presentato il disegno di legge dopo la tragedia che in qualche modo l’aveva coinvolta. La morte, cioè, a Novara di Carolina Picchio, una sua studentessa che si era tolta la vita dopo la pubblicazione di un video  che ritraeva le molestie subite dalla 14enne.

Il testo di legge era stato ispirato anche dal padre di Carolina, Paolo, che della lotta al cyberbullismo aveva fatto una ragione di vita, come ha spiegato in una commovente lettera al Corriere della Sera in cui pregava di non stravolgere la legge. Tra l’altro aveva scritto: “Così oggi vivo per le Caroline che non conosco e che purtroppo, lo so, sono da qualche parte nella rete anche adesso mentre scrivo. Vivo per creare anticorpi, per una società migliore. Per esempio attraverso la proposta di legge per la prevenzione e il contrasto al cyberbullismo che ha firmato per prima l’ex insegnante di musica di Carolina, la senatrice Elena Ferrara”.

La senatrice oggi è molto critica per come è stata cambiata la legge. «La norma era nata per i minori, persone vulnerabili ma tra l’altro da privilegiare nei diritti educativi della formazione per l’uso consapevole della Rete. Avevano tutta una serie di tutele. Se noi estendiamo queste misure, l’aggravante può creare un conflitto tra libera espressione e diritto di cronaca da una parte e diritto alla tutela dei dati personali dall’altra parte». Una norma ritagliata per una fascia d’età particolare, quella dell’età evolutiva, con forme di tutela non solo per le vittime ma anche per gli stessi “bulli” che magari sono stati vittime pure loro, è stata completamente stravolta.

Allora, continua la senatrice, era stato raggiunto un patto educativo a cui si erano dette disponbili anche le aziende che gestiscono i social media e i siti, ma adesso? «Se l’azienda deve dare risposta a una segnalazione di una persona adulta che dice di ritenersi lesa o offesa da un contenuto, a parte il problema legato al fatto che lo decide Facebook e non il giudice, si otterrebbe un sovraccarico di richieste e anche “imbarazzo” sul piano del diritto, per cui va governato tutto il rapporto tra tutela della privacy e libertà di espressione».

La parte che riguarda la prevenzione in ambito scolastico, continua Elena Ferrara, rimane e la Buona scuola implementa con fondi la conoscenza e la formazione dei docenti. Ma così si rischia di non andare da nessuna parte. «Il mio appello era stato questo – conclude la senatrice – una legge non è mai perfetta, ma almeno eravamo partiti con un obiettivo, manteniamolo, visto che tra l’altro il testo era stato approvato all’unanimità al Senato. Così si rischia di infilarsi in un ginepraio, in cui tra l’altro le norme ci sono già, così come i reati e la possibilità, mediamente, di rimozione dei contenuti».

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