Frank non ci crede più al sogno americano e spera che uno che «dice le cose come stanno» e che ha fatto fortuna sia meglio di una politica navigata: «Questi sono esperti di tutto, ma non hanno saputo prevedere la crisi e le cose vanno peggio di 30 anni fa».

Come Frank sono milioni, sempre meno, ma pur sempre la componente preponderante dell’elettorato. Specie negli Stati ex industriali, dove i posti di lavoro andati persi negli ultimi trent’anni sono molti e dove lo spauracchio è l’operaio super lavoratore e mal pagato cinese. Ed è in questi Stati che Hillary Clinton deve recuperare terreno. Se fossimo in Francia, vivrebbero nei vecchi porti in decadenza dove un tempo vincevano i comunisti e oggi Le Pen, in Inghilterra saremmo nel Sud rurale spaventato dai musulmani.

Secondo un sondaggio Nbc, a fine agosto, Clinton inseguiva Trump tra i lavoratori bianchi in Ohio, Pennsylvania, Iowa e in tutti gli Stati cruciali per ottenere la vittoria. A livello nazionale, il voto dei “bianchi senza un diploma di college” (la formula che nei sondaggi significa più o meno lavoratori bianchi), dava il repubblicano avanti 68% a 24. Il problema democratico è serio.

Ma da cosa derivano tanta disillusione e astio nei confronti dei democratici? Qui le teorie si sprecano, alcuni optano per l’economia, altri per lo sconforto e il disorientamento, altri ancora guardano con sospetto al ritorno di un razzismo non militante. Ciascuna ha un fondamento. «Certo che quei liberal di sinistra che dai loro quartieri metropolitani guardano e giudicano con disprezzo questa gente e predicano correttezza politica, guardando inorriditi a Trump, sono una parte seria del problema dei democratici con questa gente» è la lettura di Zaitchik. La globalizzazione, l’impressione che la ricetta avviata negli anni 90 con il Nafta e l’ingresso della Cina nel Wto sia alla radice dei guai è molto forte.

Partiamo con l’economia. Sarà l’ansia da lavoro che scompare o che è scomparso? In parte.

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