«La pace dopo 267,162 morti. Oggi si firma la pace dopo 52 anni di guerra», titola il quotidiano colombiano El Tiempo.

Si sigla oggi un accordo che senza retorica può essere definito storico tra il presidente del governo Juan Manuel Santos e il comandante delle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia).  

Dopo quattro anni di trattative, mediate da statunitensi e cubani (che intanto negoziavano tra loro), la guerra civile che ha causato la morte di più di 220 mila persone, ha fatto perdere le tracce di 45 mila desaparecidos e ha creato 7 milioni di sfollati volge al termine.

L’accordo reso pubblico dal presidente Santos, affronta sei punti necessari alla concretizzazione delle promesse di pace: la giustizia per le vittime della guerra civile, l’accesso alla terra per i contadini meno abbienti, la partecipazione politica degli ex ribelli, la lotta al traffico di droga, il disarmo e il monitoraggio del mantenimento degli impegni presi.

Alle cinque in punto nel Patio de Banderas del Centro dei Congressi di Cartagena, alla presenza di Santos, il leader delle Farc, Rodrigo Londoño Echeverri, noto come Timoleón Jiménez, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, Raúl Castro e di altre 2000 persone, tra cui 400 vittime, 120 membri della Farc, 1200 giornalisti, uomini di Stato e gente comune, si porterà a compimento un “cessate il fuoco” già più volte immaginato e tentato in Colombia negli ultimi 50 anni.

Dopo un pre-accordo di fine conflitto siglato a Cuba il 23 giugno, le parti sono finalmente pronte a firmare, nell’entusiasmo generale: «Oggi posso dire, dal profondo del mio cuore, che ho realizzato il mandato che mi avete assegnato», ha affermato il presidente Santos rieletto nel 2014, e  «Abbiamo vinto la più bella di tutte le battaglie» ha commentato Ivan Marquez, il negoziatore delle Farc, «la guerra con le armi è finita, ora inizia il dibattito delle idee».

Dopo la firma, il 2 ottobre l’accordo sarà sottoposto al giudizio popolare in un referendum, che Santos aveva promesso al suo insediamento, per siglare ufficialmente le decisioni prese, a patto che a votare si rechi una soglia minima di 4,3 milioni di colombiani, il 13 per cento. «Colombiani, la decisione è nelle vostre mani. Mai prima d’ora i cittadini del nostro Paese hanno avuto a portata di mano la chiave per il loro futuro», ha dichiarato in una trasmissione televisiva.

Se il referendum sarà approvato, i settemila ex ribelli si sposteranno dalla giungla ai campi di disarmo dell’Onu e poi saranno introdotti progressivamente nel mondo politico: gli ex Farc avranno una rappresentanza politica in parlamento senza diritto di voto fino al 2018, quando potranno conquistare i seggi come ogni altro partito politico. Uno dei passaggi più delicati dell’accordo è il disarmo e la condanna delle violenze perpetuate per mezzo secolo.  

A questo proposito è stato istituito un tribunale speciale che giudicherà i reati commessi durante la guerra civile, che grazierà con l’amnistia quelli più lievi, mentre condannerà regolarmente quelli quelli più gravi come massacro, tortura, stupro.

Per suggellare simbolicamente la deposizione delle armi, gli armamenti ribelli, una volta consegnati ai campi di disarmo, verranno fusi per realizzare diversi monumenti dedicati alla pace.

Ma non solo feste e cortei di pace si sono visti nei giorni scorsi a Bogotà, perché l’opposizione di centro-destra si dice in disaccordo con i trattati di pace gestiti da Santos, riconoscendo la necessità della pace, ma non ad ogni costo.

La popolazione colombiana, che determinerà l’esito dell’accordo sembra guardare favorevolmente al processo di pace: il 67 per cento si dice a favore all’accordo e il 32 per cento contrario.

La sfiducia e il sospetto non animano soltanto l’opposizione o una parte della popolazione, ma anche e soprattutto i combattenti Farc che – memori di accordi precedenti non andati a buon fine –  si sono detti pronti a tornare alla lotta armata se qualcosa dovesse andare storto.

A maggio scorso il Consiglio di Stato colombiano ha riconosciuto alle Farc lo status di gruppo guerrigliero, rimuovendo l’etichetta di gruppo terroristico, mentre gli Stati uniti di Obama si stanno facendo promotori della pace, con il programma “Peace Colombia” che prevede lo stanziamento di 450 milioni di dollari a sostegno di Bogotà.

La vera sfida, se il referendum convincerà gli elettori, – anche a detta di Santos – sarà reintegrare i sette mila combattenti dopo decenni di vita nella giungla e iniziare un processo di integrazione delicato.


Il lungo cammino verso l’accordo di pace

Le Forze armate rivoluzionarie della Colombia sono state fondate nel 1964 in risposta all’operazione militare “Marquetalia” del governo colombiano appoggiata dagli USA contro le  organizzazioni agrarie e contadine che autogestivano le terre nelle regioni di Tolima e di Huila. L’obiettivo principale dei combattenti era instaurare una democrazia socialista e popolare, su ispirazione della rivoluzione cubana. I primi accordi tra il governo e le Farc risalgono al 1984, a vent’anni dall’inizio della guerra civile, ma sono svaniti quando il partito politico delle Farc “Unión Patriótica”, dopo regolari elezioni, è stato sterminato fisicamente dalle truppe governative.

A questo primo tentativo è seguito negli anni ‘90 il rafforzamento delle Farc sul territorio e la fondazione del “Partito comunista clandestino colombiano”. Nel 1998 hanno avuto inizio altre trattative di pace, che ha dato vita all’”Agenda comune per il cambiamento verso la nuova Colombia”, accordo di 12 punti firmato dall’allora presidente Andrés Marulanda. La successiva entrata in campo degli Stati Uniti – che li aveva nel 2001 inseriti nella lista nera dei gruppi terroristici – con il “Plan Colombia” ha motivato le Farc a creare il “Movimento Bolivariano” clandestino e a interrompere le già fragili intese con il governo.

All’epoca le Farc controllavano il 25 per cento del Paese, concentrato nella giungla a sud-est. Combattimenti più o meno intensi sono proseguiti fino al 2011.

 

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