L’amore come compulsione, ansia, mania, ossessione. L’amore come un pugno stretto attorno al cuore, letto nelle sue mille sfumature, è questo il tema attorno al quale ruota OCD Love, la coreografia di Sharon Eyal della L-E-V Company, proposto all’interno della programmazione del Romaeuropa festival e in scena fino a questa sera al Teatro Argentina. ODC è una sigla che sta infatti per disturbo ossessivo compulsivo, ovvero quel disturbo psichiatrico che porta una persona ad eseguire una serie di rituali anancastici, di gesti ossessivi e compulsivi per placare i propri stati d’ansia: spegnere e accendere la luce più e più volte prima di uscire da una stanza, controllare mille volte se il gas è chiuso, camminare evitando di calpestare le fughe delle piastrelle o le crepe dei marciapiedi, lavarsi le mani di continuo. E in OCD Love Eyal riesce a tradurre alla perfezione in danza, armonia e movimento il ritmo scomposto della compulsione, ricomponendo in un insieme armonico le ansie, i tic e le paure dell’universo relazionale.

OCD LOVE Trailer 2 from L¬E¬V Sharon Eyal | Gai Behar on Vimeo.

 

Ad ispirare la coreografa israeliana nella realizzazione dello spettacolo è stato lo slam poem “OCD” scritto da Neil Hilborn (qui una sua performance per farvi capire meglio di cosa si tratta).
Avvolti dal buio e illuminati da fari che creano un costante gioco fra luci e ombre, bianco e nero, i muscoli e i corpi perfetti dei ballerini rapiscono completamente l’attenzione dello spettatore, lo emozionano, lo accarezzano, lo soffocano, lo travolgono.

OCD LOVE trailer 1 from L¬E¬V Sharon Eyal | Gai Behar on Vimeo.

«Per tutti i miei spettacoli la mia fonte di ispirazione primaria è la vita – racconta Eyal – la vita, in ogni suo istante. In questo caso lo è anche l’amore che è dappertutto. Sono attratta dalle emozioni forti, amo piangere, divertirmi, provare empatia, sentirmi debole. Mi piace sentirmi come se il mio cuore si muovesse da una parte all’altra del corpo e, nel frattempo, immaginare, pensare, sognare». Ed è esattamente così che ci si sente di fronte a OCD Love.


«Sono attratta dalle emozioni forti, amo piangere, divertirmi, provare empatia, sentirmi debole. Mi piace sentirmi come se il mio cuore si muovesse da una parte all’altra del corpo e, nel frattempo, immaginare, pensare, sognare.»

Sharon Eyal


Complice del successo della performance è anche la musica che trasforma l’intera coreografia in un sogno dolce e al tempo stesso animalesco, quasi a ricordarci quanto l’amore, come raccontavano già i lirici greci, sia una «dolce amara invincibile fiera».
Il merito è tutto di Ori Lichtik, musicista e amico fraterno di Eyal, che durante lo spettacolo realizza, dietro le quinte, un vero e proprio live set evocando e mixando ritmi tribali, a sonorità clubbing e musica classica.

3-ocd-love-photo-by-ron-kedmi
L’effetto che si ottiene è straordinario. Assoli sulle punte e movimenti lenti si alternano a contorsioni e ad una gestualità a tratti quasi frenetica nella quale anche i tremori diventano danza. A fare da sfondo alla fenomenologia d’amore l’eco dei violoncelli che si fondono con il ritmo dei bassi, frammenti di techno che arrivano a confondersi con il battito del cuore e che spesso i ballerini accompagnano con il suono delle mani battute sul petto come a ricordarci che il corpo è una gran cassa, uno strumento che suona e che parla tanto quanto la nostra testa.

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Ed è proprio da questo stare lì sospesi, in costante equilibrio su un filo teso fra corpo e mente, come funamboli assieme ai ballerini – sulle punte, di corsa, a volte quasi rischiando di cadere nel baratro – che si sviluppa la sensualità passionale e magnetica, compulsa ed elegante di OCD love.
Chiuso il sipario, prima che si alzino di nuovo le luci in sala, vengono in mente le parole di una poesia di Derek Walcott:

Il pugno stretto intorno al mio cuore
si allenta un poco, e io respiro ansioso
luce; ma già preme
di nuovo. Quando mai non ho amato
la pena d’amore? Ma questa si è spinta
oltre l’amore fino alla mania. Questa
ha la forte stretta del demente, questa
si aggrappa alla cornice della non-ragione, prima
di sprofondare urlando nell’abisso.
Tieni duro allora, cuore. Così almeno vivi.

Poi, applausi:

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