“Provo ribrezzo per una scheda sfacciatamente e disgustosamente di parte”, commentava un lettore sul blog di Repubblica qualche giorno fa (ma ancora visibile sul sito del quotidiano) a proposito del testo della scheda referendaria partorito da Matteo Renzi. Non dal suo governo o dalla sua maggioranza, poiché siamo ormai al punto in cui il personalismo ha conquistato la questione del referendum costituzionale. Il testo è roba sua, come l’impianto della revisione della Costituzione, riflettendo direttamente il carattere dell’autore: semplificatorio, superficiale, affrettato. L’idea che anima questo progetto è, lo abbiamo ripetuto ad libitum, quella del “meno peggio”. Vi è una pubblicità che circola sulla tv americana nella quale per promuovere un prodotto “made in Usa” si dice: non facciamo il meno peggio e non vi offriamo un prodotto che potrebbe essere migliore; vi offriamo il meglio. Renzi ci offre il “second best”, il meno peggio, e lo sa benissimo, visto che intervenendo in una delle ultime puntate di Porta a Porta ha riconosciuto che il nuovo Senato non è soddisfacente.

E però… meglio un meno peggio che nulla. Fermiamoci per un momento sulla logica del prodotto “meno peggio” prima di passare all’esame della scheda elettorale che lancia il prodotto sul mercato dei voti. Ci sono varie ragioni per dire NO e non tutte vogliono dire “nessuna riforma”. Personalmente non credo che nessuna Costituzione sia immodificabile o che la nostra Costituzione non necessiti di modifiche (del resto di modifiche ne ha avute tante dal 1948 in qua, a dimostrazione che non è scritta sulla pietra). Ritengo però che la revisione proposta ora e che prende il nome dei suoi autori – Matteo Renzi e Maria Elena Boschi – risponda a un criterio dirigistico che limita il potere dei cittadini e mette le istituzioni rappresentative su un gradino più basso rispetto al potere di un organo delegato, come è il Governo.

La logica di questa revisione è quella di adattare il governo della cosa pubblica alla struttura e alla logica di un consiglio di amministrazione – sacrificare la politica per l’amministrazione, la deliberazione larga per la decisione. In aggiunta, e così vengo alla questione che mi interessa qui, è un testo mal fatto e in alcune parti (come l’art. 70) superficiale e illeggibile; nella forma simile a un regolamento aziendale che ha bisogno di esperti per la comprensione – uno stile che non appartiene ad un testo costituzionale il quale dovrebbe invece, ci dicono i padri fondatori, andare quasi a memoria e diventare linguaggio ordinario dei cittadini i quali devono poter capire direttamente, senza intermediari, la legge fondamentale dello Stato. Sfido chiunque a imparare a memoria l’art. 70 e sfido gli estensori della revisione a riassumerlo con le loro parole. è così malfatto questo testo relativo ad un organo che parteciperà comunque alla legiferazione (anzi che potrà intervenire sulla revisione della Costituzione) che perfino i suoi autori (e tutti i sostenitori del Sì) dicono apertamente che non si tratta di un buon testo. E motivano il Sì dicendo, appunto, che è tuttavia meglio questo che nulla! Si tratta di un “meno peggio” necessario. Come non vedere che questo è un argomento infondato? Ragioniamo: se non avessimo un tetto sulla testa anche un tetto di paglia sarebbe utile per ripararci; ma abbiamo un tetto consistente e solido e non si capisce perché dovremmo preferire ad esso un ricovero di paglia. Questa la domanda da rivolgere a Renzi.

Il “meno peggio” ha un senso e una giustificazione quando non vi è nulla, o quando quel che c’è è guasto e pericoloso o disfunzionale. Ma questo non è il nostro caso. Per ritornare all’esempio del prodotto pubblicizzato dalla tv americana, dobbiamo renderci conto che Renzi ci offre un “secondo meglio” quando potremmo avere il “meglio”. Non essendoci emergenza alcuna e avendo una Costituzione che ha mostrato la capacità di resistere a varie traversie, dal terrorismo brigatista al patrimonialismo berlusconiano, non vi è motivo di proporre agli italiani e alle italiane un prodotto scadente. E passiamo alla questione dirimente, ovvero alla scheda referendaria che ci viene proposta dal presidente del Consiglio. Essa è concepita come un manifesto pubblicitario per farci comprare un prodotto scandente. Quindi insiste su quegli aspetti che colpiscono l’occhio (e le tasche) e celano il difetto. La scheda referendaria è scritta e concepita presumendo che la revisione proposta non sia delle migliori, che anzi sia un “meno peggio”. Per questa ragione non può essere resa nel linguaggio imparziale che dovrebbe avere una scheda referendaria. Se la scheda si limitasse a chiedere un Sì o un No a un testo asciutto e senza tinteggiature retoriche, come potrebbe il “meno peggio” avere la meglio? Comparando il testo del referendum del 2006, promosso da Berlusconi, con questo proposto da Renzi non possiamo che concludere quanto nella norma fosse il primo e quanto fuori dalla norma sia il secondo. Il testo del 2006 diceva: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche alla Parte II della Costituzione” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 69 del 18 novembre 2005».

Il testo di Renzi dice: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “disposizione per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi per il funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel, e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016». La riproduzione qui riportata è fedele al contenuto e alla forma, poiché la stessa elencazione delle voci è concepita da Renzi in modo tale che ciascuna salti all’occhio immediatamente e non resti sepolta nell’elenco. Forma e contenuto fanno di questa scheda una scheda pubblicitaria e quindi propagandistica. Conferma la natura plebiscitaria che questo referendum ha sempre avuto, fin dalla sua gestazione, quando in Parlamento si corse per approvare il testo mettendo in conto che occorreva arrivare al popolo. Quindi, ecco l’interpretazione che sottopongo ai nostri lettori e a tutti coloro che vogliono usare la loro testa quando si recano alle urne: se doveva servire per davvero a rivedere quelle parti della Costituzione che più necessitano di migliorie, la proposta di revisione avrebbe potuto mirare ad ottenere una larga maggioranza parlamentare e magari tale per cui non sarebbe stato necessario arrivare al popolo. Invece, l’obiettivo era fin dall’inizio proprio quello di fare una riforma comunque (purché avesse la natura dirigistica come sopra detto), e approvarla a colpi di mozioni di fiducia e di cambi di maggioranza, poiché è lo scopo finale era quello di portare la questione al popolo. Intendiamoci: non sostengo che il Parlamento doveva votare a grande maggioranza per non rendere necessaria la consultazione popolare. Sto dicendo che negli obiettivi renziani c’era fin dalle origini il progetto non di avere una larga intesa sulla riforma ma di “andare al popolo”. Pensando, come si capisce dal testo della scheda, che il popolo, ragionando con la pancia e non con la testa, possa essere incantato.

Il pifferaio che incanta il serpente a sonagli e lo fa ondeggiare a suo piacimento è il senso populista e plebiscitario dell’“andare al popolo” – questo è il senso del testo pubblicitario e propagandistico che Renzi propone. L’appello al popolo che i democratici dovrebbero auspicare è un appello a che tutti i cittadini ragionino con la loro testa. Non tutti coloro che vogliono “andare al popolo” rispettano il popolo; non Renzi, il quale spera di vendere un prodotto che forse è funzionale ai suoi obbiettivi, ma che rispetto agli interessi del popolo è scadente.

*presidente di Libertà e giustizia

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