Come tutte le riforme che “si vogliono ma non si vogliono”, anche quella riguardante la legalizzazione della cannabis, slitta a data da destinarsi.

Dopo gli oltre 1230 emendamenti che avevano bloccato la discussione a luglio, ecco che la votazione di ieri alla Camera è stata – nuovamente – rimbalzata in Commissione. Motivi? Tanti e nessuno, se non un’audacia che il nostro Paese mal digerisce. Si, dunque all’uso terapeutico, sembrerebbe, ma mai sia invece l’utilizzo a fini ricreativi.
A fare il punto della situazione, è Pippo Civati, il cui libro Cannabis, dal proibizionismo alla legalizzazione (Fandango edizioni) è in uscita oggi.

Quali sono i motivi per cui tanta ostinazione nei confronti della liberalizzazione, ormai riconosciuta – basti guardare all’estero – come sinonimo di progresso?

Parlerei di legalizzazione, perché il mercato libero e liberalizzato c’è già: è accessibile e aperto a milioni di italiani, con una piccola particolarità, è criminale e monopolizzato dalla mafia. Noi vogliamo legalizzare che significa regolamentare, depenalizzare comportamenti che non danneggiano nessuno (come coltivare una piantina per uso personale nella propria abitazione) e contrastare meglio i fenomeni criminali collegati al narcotraffico. Ora chi si fuma una canna, finanzia spesso la ‘ndrangheta e i cartelli sudamericani. Non ha alcun senso.

Quali sarebbero, al di là delle facili battute, gli “effetti positivi” della legalizzazione?

In questi giorni le forze dell’ordine continuano a scoprire piantagioni di marijuana della criminalità organizzata. Succede in Calabria, succede in Sicilia: la mafia si sposta sempre di più sulla produzione della cannabis anche in Italia. Il primo effetto positivo è limitare l’influenza delle mafie nella produzione e nella vendita, da cui trae guadagni straordinari.
In secondo luogo, legalizzare significa avere in circolazione una sostanza meno nociva, più controllata, verificabile.
Da ultimo, decriminalizzare alcuni comportamenti riduce moltissimi rischi per chi assume cannabis saltuariamente, da maggiorenne, conducendo una vita normalissima. Non si capisce perché alcune droghe, in Italia, che fanno più male della cannabis, siano legali e la cannabis invece sia considerata un mostro. Milioni di italiani ne fanno uso. Sono tutti criminali? Non è il momento di intervenire sugli abusi per fare in modo che il consumo sia più maturo e consapevole?
Vogliamo passare, come si scrive su Twitter, dalla #cannabismafiosa alla #cannabislegale, perché la seconda è contro la prima.

E in termini economici?

Si tratta di un’operazione che può portare grandi benefici, sotto tutti i punti di vista: riduzione di costi per lo Stato (soprattutto risorse che riguardano forze dell’ordine, attività giudiziaria e sistema carcerario), possibilità di tassare il prodotto perché i proventi siano destinati alla prevenzione e insieme al nostro sistema sanitario, aumento di posti di lavoro legali (con corrispondente diminuzione di posti di lavoro criminali), aumento del Pil (che già ipocritamente conteggia le droghe, da due anni a questa parte, ma con stime per difetto).

Oltre che di numeri, il tuo libro fa anche una ricostruzione storica. Cosa ci dice la storia della cannabis di una società che la sappia utilizzare?

La canapa è un prodotto italiano, italianissimo. Da secoli. Per mille ragioni legate ai suoi mille usi. La discussione su cannabis terapeutica e ricreativa può consentire il recupero di quella tradizione, anche industriale. Nel libro cerco di raccontarlo, distinguendo certamente gli ambiti ma spiegando che si tratta di un prodotto che va recuperato, senza ipocrisie e senza chiusure.

Voi come Possibile state raccogliendo delle firme, assieme ai radicali, per una legge più avanzata sul tema, e c’è anche un tour impegnato sul fronte della legalizzazione. Come sta andando? Qual è la risposta della gente e quante firme avete raccolto?

La risposta è straordinaria e contiamo di arrivare nelle prossime settimane all’obiettivo delle 50.000 firme per depositare la Lip (tema che si incrocia con quello referendario, perché la ‘riforma’ prevede un numero triplo di firme…). Chiedo però ai cittadini di mobilitarsi, di accompagnare la discussione parlamentare, perché temo che l’inerzia tradizionalista e gli argomenti gasparrosi – come li chiamo, pensando agli oltranzisti del proibizionismo – trovino uno straordinario alleato nella timidezza del Pd e nella contrarietà del premier e del suo governo.

Civati, come mai proprio un libro sulla cannabis? Come mai, e forse lo chiedo più all’uomo che al politico, questa battaglia?

Perché è un tema importante per la politica. Perché la legalizzazione oltre a essere rilevante di per sé è uno specimen della politica in generale: questa è una buona legge, contrastata con argomentazioni infondate e basate su luoghi comuni. Mi affascina molto questo aspetto, in chiave legislativa. Sotto il profilo personale, credo che la nostra generazione debba superare certe ipocrisie: cose che si tollerano ma non si affrontano, una certa remissività alla mafia e ai suoi strumenti, l’incapacità di cambiare davvero paradigma. E non vale solo per la cannabis, né soltanto per i diritti civili, ma per la politica nel suo complesso. Si parla tanto di cambiamento, ma una vera trasformazione sembra ancora lontana. Questo è un capitolo tutt’altro che trascurabile (come viene presentato) che fa pensare a una rivoluzione possibile. Non solo sulla cannabis, si intende.

 

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