Bogotà – «L’accordo di pace è un miracolo se pensiamo ai tanti sfollati, feriti, sequestrati, desaparecidos, perché mette un punto a una guerra di 52 anni, ossia la più vecchia del mondo», dice piena di gioia Margarita Martinez prima di recarsi alla decima conferenza nazionale delle Farc. La regista colombiana sta realizzando un documentario sul processo di pace dell’Avana, con all’attivo almeno trecento ore di girato. Prima di arrivare a quello che dovrebbe essere l’ultimo incontro delle Farc, aveva aggiunto: «Gli ultimi sondaggi ci dicono che il Sì vincerà con il 25% di voti in più del No. Per adesso. Perché in politica tutto può succedere». E infatti è andato diversamente il voto del plebiscito del 2 ottobre voluto dal presidente colombiano Santos per dare legittimità popolare alla firma dell’accordo di pace avvenuta a Cartagena il 26 settembre davanti a 2.500 invitati internazionali.

A pochi giorni dal plebiscito il dramma di un Paese in guerra perpetua riemerge in tutta la sua complessa realtà, come si percepisce chiaramente anche nella capitale colombiana. Appiccicati alle finestre di alcune case di Bogotà, i simboli del Sì cercano di convincere una città caotica e indifferente dell’importanza del voto. Nessuno può ignorare la scarsa mobilitazione popolare degli attivisti per la pace e la quasi assenza di supporter del No. O l’apatia della quasi totalità dei partiti dell’arco parlamentare, ufficialmente sostenitori del Sì. Girando per la capitale viene da chiedersi se veramente siamo in presenza di un voto storico oppure se è tutto frutto di una trovata mediatica. Alla radio, in televisione e su internet le campagne del No e del Sì si battono a colpi di banali spot demagogici, ma per le piazze e per le strade tutto scorre come sempre. Forse perché la data del voto è stata decisa con un solo mese di anticipo, forse perché si riteneva che il risultato fosse scontato, come annunciavano tutti i sondaggi. Fatto sta che a Bogotà si sono contate pochissime iniziative e manifestazioni per il referendum di ratifica popolare degli accordi di pace.

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