Ieri sera, il Presidente della Repubblica francese, Francois Hollande, ha annunciato che non si candiderà per un secondo mandato alla guida del Paese.

Così facendo, Francois Hollande è riuscito a superare se stesso: nel 2012 era stato festeggiato come il secondo socialista della V Repubblica francese ad aver battuto il Presidente in carica – prima di lui, c’era riuscito soltanto Francois Mitterrand -, ma quattro anni dopo è addirittura passato alla storia come il primo socialista a rinunciare a una potenziale, sebbene difficile, rielezione.

L’ormai “Presidente uscente”, ha annunciato il ritiro attraverso un discorso di 13 minuti, trasmesso in diretta televisiva e rivolto ai cittadini francesi.

Se, da un lato, Hollande ha difeso il suo periodo all’Eliseo, dall’altro, ha fatto capire che la sua decisione mira a evitare una «dispersione della sinistra», un’evoluzione politica che «da socialista, non può accettare». «È per questo motivo che, in vista delle elezioni, chiamo a raccolta tutto il campo progressista», ha concluso Hollande.

La maggior parte dei suoi colleghi ha sottolineato «il coraggio» e la «dignità» del gesto politico. Eppure, a qualsiasi occhio analitico, quando Hollande parla di «dispersione della sinistra», le parole del Presidente devono apparire come un gigantesco eufemismo.

Con la mancata candidatura di Emmanuel Macron (Ministro dell’economia del governo Hollande, fino alla fine di quest’estate) e Jean Luc Mélenchon (leader del “Partie de gauche”, “Partito di sinistra”) alle primarie della sinistra del gennaio 2017, il campo comune non sembra disperso, bensì “inesistente”. Per la leadership socialista rimangono in ballo, realisticamente, soltanto Manuel Valls, l’attuale Primo ministro – in realtà, la candidatura ufficiale del “delfino” di Hollande non è ancora arrivata – e Arnaud Montebourg, rappresentante dell’ala di sinistra del partito e, proprio come Macron, ex-Ministro dell’economia.

In ogni caso, un sondaggio di qualche giorno fa, ha dimostrato che, se si votasse oggi, la sinistra non avrebbe alcuna chance di arrivare al ballottaggio. Il distacco fra i due nomi della destra istituzionale e radicale, Francois Fillon e Marine Le Pen, e il resto dei potenziali candidati è troppo grande.

Hollande ha quindi ragione quando dice che soltanto un candidato unico della sinistra potrebbe arrivare al ballottaggio. Ma confonde la causa della malattia con il sintomo: il problema vero non sta nei nomi, bensì nelle politiche, per non dire visioni di società, che i candidati della “sinistra” incarnano.

Già un anno fa, nei media francesi si era parlato del fatto che su alcuni punti – soprattutto in materia economica – il divario fra le posizioni dei socialisti e della sinistra radicale, è paragonabile a quello tra socialisti e il Front National.

E poco importa se proprio Manuel Valls, ancor prima che Hollande annunciasse la sua ritirata, in un’intervista per Le Journal du Dimanche, abbia inveito contro il discorso “della sconfitta anticipata” della sinistra. Come scrive Philippe Waechter su Le Monde, in un momento storico in cui le principali sconfitte del governo Hollande sono legate soprattutto allo sviluppo economico e alla disoccupazione (tolta la grande questione della sicurezza), è difficile immaginarsi una qualsiasi campagna elettorale progressista comune.

La sinistra francese è in un cul de sac? Probabilmente sì, anche se rimane un grande paradosso. Nel caso di un ballottaggio tra Francois Fillon e Marine Le Pen, sarà proprio l’universo frantumato dei progressisti a decidere chi andrà all’Eliseo.

 

 

 

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