Lo spirito generale che anima la riforma si trova nel rafforzamento del governo, nell’allontanamento dei cittadini, nella chiusura all’accesso delle istituzioni da parte di voci diverse della società. E così si vuole nascondere il conflitto sociale, perché gli interessi deboli non devono disturbare gli interessi consolidati». Lorenza Carlassare, prima donna in Italia a insegnare Diritto costituzionale, definisce così, in estrema sintesi, il ddl Renzi-Boschi su cui si vota nel referendum del 4 dicembre.

Professoressa, partiamo dall’inizio: perché questa revisione costituzionale non va bene?

Non va bene per una serie di ragioni interne alla materia costituzionale. Ma non va bene ancora di più se leghiamo la riforma alla legge elettorale con cui fa corpo unico. Cosa che hanno sempre detto, tanto è vero che il presidente del Consiglio ha posto la fiducia sull’Italicum e l’ha voluto approvare prima della riforma costituzionale.

In una parola, cosa c’è che non va?

La verticalizzazione del potere e soprattutto la forte tendenza a togliere la voce ai cittadini.

Quali sono le norme che portano a questo?

Intanto il Senato non lo votiamo più, è inutile che dicano che poi faranno una legge. E questo segue ciò che è accaduto con le Province. Dovevano toglierle, invece ritornano sotto un’altra forma con l’unica differenza che siamo stati tolti noi cittadini dalle Province! Cioè non votiamo più i loro organi di rappresentanza. Inoltre la legge elettorale, se resta così, stravolge l’esito del voto e quindi altera la volontà espressa dagli elettori. Non crea una Camera rappresentativa, anzi, concentra il potere nelle mani di poche persone, in particolare nelle mani del capo della lista. Così, tra l’altro, si altera anche la forma di governo, per cui il capo della lista che vince diventa automaticamente presidente del Consiglio senza il passaggio formale attraverso il presidente della Repubblica, il quale non potrà più scegliere il nuovo capo del governo.

Quali sono i punti deboli del nuovo Senato?

Della natura e della funzione del Senato si è sempre parlato molto, fin dall’assemblea costituente. Adesso si è optato per la rappresentanza delle istituzioni locali sostenendo che finalmente questa Camera diventerà espressione delle autonomie territoriali, ma non è vero per niente. Perché i senatori non sono eletti dai cittadini, anzi, la cosa stravagante è che sono i consiglieri regionali a eleggerli. Cioè, si eleggono tra loro. Ma al di là del fatto che talvolta si tratta anche di una classe politica non sempre specchiata, è una cosa insensata.
Perché sceglieranno con criteri politici, in proporzione alle loro forze. I senatori poi non hanno vincolo di mandato, quindi non rispondono al consiglio regionale e alla fine risponderanno solo ai partiti di appartenenza.

Che ne pensa dei senatori eletti tra i sindaci?

Ci sono 21 sindaci che non rappresentano nessuno. Non vengono eletti dai loro consigli comunali né da tutti i consigli comunali di una Regione e naturalmente non sono scelti dai cittadini. Niente di tutto questo. Sono eletti anche loro dai consigli regionali. L’autonomia comunale non è rappresentata. È tutta rappresentazione, ma nel senso di una specie di teatrino di provincia, mal costruito, in cui si fingono un sacco di cose.

L’intervista continua su Left in edicola dal 3 dicembre

 

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