Sono 500 mila i curdi che hanno abbandonato forzatamente le loro case nel sud-est della Turchia e sono alcune decine di migliaia i curdi che hanno abbandonato la città di Diyarbakir nell’ultimo anno per non farvi più ritorno. Pochissimi di loro hanno provato a tornare indietro, invano, poiché le autorità turche hanno sequestrato le loro abitazioni per ristrutturare – qualcuno parla di gentrificare – i quartieri del centro storico della roccaforte curda.

Coprifuoco 24 ore su 24, pattugliamenti di polizia, repressione, demolizioni e intimidazioni è quanto denuncia il rapporto di Amnesty International Sfollati ed espropriati. Il diritto degli abitanti di Sur, centro storico della città e patrimonio mondiale Unesco, al rientro a casa, pubblicato in occasione del primo anniversario del coprifuoco no stop nel distretto di Sur, a Diyarbakir. Un esodo forzato che l’organizzazione internazionale non esita a descrivere come un’azione punitiva contro il popolo curdo, alla luce dei conflitti con il governo turco.

La città di Diyarbakir, anche chiamata dai curdi “la capitale del Kurdistan turco”, è nel mirino del governo di Erdoğan dal 2015 e – ricostruisce il rapporto – da allora convive con un ininterrotto coprifuoco 24 ore al giorno. Cominciato nel luglio del 2015, il divieto di uscire di casa è cominciato dopo la fine della tregua tra il PKK (Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e l’esercito turco, quando la città ha proclamato l’autogoverno curdo e sono state costruite barricate e trincee a protezione di Sur ( e di altri distretti del sud-est della Turchia).

L’11 dicembre dello stesso anno il coprifuoco è stato esteso a tempo indeterminato in 6 dei 15 quartieri di Sur e per un lungo periodo agli abitanti è stato vietato di muoversi da casa, anche per comprare cibo e medicine. Successivamente le autorità governative hanno ordinato agli abitanti dei quartieri storici di abbandonare le loro case e la città si è svuotata e per la prima volta nella sua storia è semi deserta.

Città millenaria della mezzaluna fertile, Diyarbakir è stata riconosciuta patrimonio dell’Unesco a luglio del 2014. Dei 595 edifici storici protetti, sono di particolare importanza la fortezza e i giardini di Hevsel, perché sono situati al centro di Sur e rischiano quotidianamente di subire danni a causa dei conflitti a fuoco. Gli esperti dell’Unità di Monitoraggio e di Indagine della Direzione e della Gestione del Sito ciclicamente controllano lo stato dei monumenti e dei siti archeologici e gli ultimi rapporti evidenziano numerosi guasti e distruzioni (moschee, negozi storici, chiese, architettura civile e manto stradale tradizionale) soprattutto nella zona di Sur.
Contemporaneamente la Camera degli Architetti (che è l’istituzione riconosciuta dalla Costituzione turca deputata alla comunicazione con gli esperti mondiali del patrimonio artistico e storico) ha avviato una procedura contro le espropriazioni in atto nelle zone di conflitto. Dalla fine ufficiale del conflitto, infatti, lo spopolamento della città ha permesso alle autorità di espropriare le proprietà di migliaia di famiglie in fuga e di demolire gli edifici che non ritenevano funzionali al nuovo progetto urbanistico della città di Diyarbakir.

In this Saturday, Nov. 19, 2016 photo, residents look at the damage inside a mosque, in Sirnak, southeastern Turkey, destroyed in government operations against Kurdish militants of the Kurdistan Workers Party or PKK. The 246-day curfew in the mainly-Kurdish city of some 290,000 was imposed on March 14 as part of government operations against PKK. (AP Photo/Cansu Alkaya)

Una moschea distrutta dall’esercito turco a Sirnak (AP Photo/Cansu Alkaya)

Il disegno governativo – che sfrutta a suo favore lo stato di emergenza e le espropriazioni per “ragioni di sicurezza” – prevede la riqualificazione dei quartieri centrali, il ripopolamento ex novo della città e il dislocamento definitivo degli abitanti originari di Sur in altre destinazioni.
I curdi sfollati, infatti, non potranno tornare nelle loro case perché non le ritroveranno e vagano in cerca di soluzioni alternative, senza trovarle, perché il governo ha fatto chiudere le organizzazioni non governative e i centri sociali della regione che davano sostegno agli esuli.
«Non riesco neanche più a piangere. Tutte le lacrime le ho versate per la mia casa che non c’è più» ha dichiarato ad Amnesty un uomo che, rientrato a Sur dopo otto mesi, ha trovato le mura di casa sbriciolate. Mentre una donna che ha tentato di resistere dentro casa ha raccontato: «Ero con i miei due bambini, non abbiamo avuto acqua per una settimana. Un giorno hanno lanciato in casa un candelotto di gas lacrimogeno. Non abbiamo avuto l’elettricità per 20 giorni. Volevo andare via ma non avevo alcun posto dove dirigermi». E poi minacce e violenza ingiustificata da parte della polizia, come raccontano un uomo che ha trovato tutti i suoi beni in fiamme dopo essere stato minacciato dai poliziotti «con le pistole alla tempia» e una donna che ha detto di aver trovato «tutte le cose della sua famiglia a pezzi e accatastate in un cortile», risarcite dal governo con una somma di 800 euro.

In this Saturday, Nov. 19, 2016 photo, residents stand around in the rubble of an area in Sirnak, southeastern Turkey, destroyed in government operations against Kurdish militants of the Kurdistan Workers Party or PKK. The 246-day curfew in the mainly-Kurdish city of some 290,000 was imposed on March 14 as part of government operations against PKK. (AP Photo/Cansu Alkaya)

Demolizioni a Sirnak (AP Photo/Cansu Alkaya)

La situazione dei diritti umani nel sud-est della Turchia – sottolinea Amnesty International – nei mesi successivi al tentativo di colpo di Stato (luglio 2016) è altamente peggiorata. Oltre all’altissimo numero di sfollati, è in atto l’eliminazione (anche fisica) delle voci di opposizione curda, comprese le organizzazioni non governative, colpevoli di avere “rapporti con organizzazioni terroristiche”, i mezzi di informazione e alcuni sindaci.
Così mentre si consuma un esodo interno che sembra non volgere mai al termine nonostante la fine ufficiale dei conflitti (marzo 2016), la città di Diyarbakir e la sua identità vengono distrutte a colpi di bulldozer in un processo che alcuni chiamerebbero “urbicidio”.
Termine coniato da un gruppo di architetti jugoslavi durante la guerra degli anni ‘90, la parola urbicidio vuole esprimere la duplice volontà di eliminare gli obiettivi militari e di distruggere i valori identitari, culturali e sociali del nemico al fine di rimuovere dalla memoria il ricordo di un popolo e di una Storia scomoda.

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