6 dicembre. E’ notte, a Torino. Ma nello stabilimento siderurgico più grande d’Europa, si lavora. Antonio Schiavone, Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo, Bruno Santino, muoiono così, lavorando. Investiti da olio bollente. Sembra una morte antica, magari immaginabile durante l’assalto di mura di cinta, invece no, è modernissima. E’ il 2007, si produce alla Thyssen-Krupp, e lo si fa per un fatturato di 40 miliardi di euro l’anno. Si lavora da 12 ore initerrottamente. L’impianto si ferma solo per problemi alla produzione, altrimenti si interviene in movimento. E sulla linea 5, uscirà nel processo,gli incidenti erano frequenti, ma gli operai venivano invitati a usare il pulsante d’allarme il meno possibile.

All’una e un quarto arrivano le ambulanze, gli uomini vengono portati in ospedale, ma non c’è  niente da fare: moriranno tutti prima del giorno. Tranne uno, Antonio Bocuzzi. E’ un operaio sindacalista, e lavora alle acciaierie da 13 anni. E denuncia. Denuncia, assieme agli altri lavoratori accorsi in soccorso quella notte, una situazione che di moderno, non ha niente – o forse tutto: estintori scarichi, telefoni isolati, idranti malfunzionanti, assenza di personale specializzato. Niente investimenti in sicurezza e formazione.

Oltre all’incendio, e alle morti, anche la reazione della Thyssen ce la ricordiamo tutti. Nega, accusa, dà la colpa agli operai. «Si erano distratti». Mentre Bocuzzi «va fermato con azioni legali».

E essere fermato con azioni legali, invece, sarà l’amministratore delegato, Harald Espenhahn. Il pm di allora è un uomo noto per perseguire e stanare la malasanità. Di processi, azioni e aziende. Il procuratore Raffaele Guariniello indaga in fretta e chiede il rinvio a giudizio per omicidio volontario plurimo con dolo eventuale e incendio doloso. Per altri 5 dirigenti dello stabilimento, incendio doloso e omicidio colposo con colpa cosciente. Sono Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza, Giuseppe Salerno, responsabile dello stabilimento di Torino, Gerald Priegnitz e Marco Pucci, membri del comitato esecutivo dell’azienda, e Daniele Moroni, membro del comitato esecutivo dell’azienda.

Le condanne, emesse nel 20011 dalla corte d’Assise di Torino, inizialmente vanno dai 16 anni e mezzo per Espenhahn ai 13 anni e 6 mesi, fino ai 10 anni e 10 mesi per gli altri manager. Pene che verranno ridotte nel 2015 a 9 anni ed 8 mesi a Espennahn, fino ai 6 anni e 3 mesi per le minori. La colpa, resta.

Nel frattempo, però, le famiglie, hanno accettato il compromesso con l’azienda. Il colosso fa paura a famiglie operaie, il gioco non dev’essere stato difficile. Nel 2008, l’azienda tedesca versa nei conti delle famiglie delle sette vittime, quasi 13 milioni di euro. In cambio, queste, rinunceranno al loro diritto di costituirsi parte civile nel processo.

Oggi, lo stabilimento di Torino non esiste più. È stato chiuso nel marzo del 2008 con un accordo tra la Thyssen Krupp, i sindacati, le istituzioni locali e i ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, in anticipo sulla data prevista.  Ma esiste la sua memoria.

Ed esiste una strana giustizia parallela, secondo la quale, il 9 maggio scorso, Harald Espenhahn, condannato in via definitiva per il rogo di Torino e l’omicidio di sette operai nell’azienda di cui era responsabile, festeggia i suoi 50 anni a Bottrop, a Essen. Germania. Dov’è nato e dove risiede libero. E dove ha sede la Thyssen. Avrebbe dovuto essere condannato in base alle norme del Paese, dopo un procedimento davanti alla Corte Federale. In Germania, il massimo della pena per omicidio colposo è 5 anni. Il minimo, non avere un processo.

 

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