Scrivere per essere indipendenti: con questo spirito lo scrittore e sceneggiatore anglo pakistano Hanif Kureishi inaugura il 7 dicembre  la quindicesima edizione della Fiera nazionale della piccola e media editoria ‘Più libri più liberi’ (www.plpl.it), intervistato da Giorgio Zanchini, al Palazzo dei Congressi dell’Eur, a Roma. Per presentare l’incontro ecco l’intervista di left all’autore di Intimacy, del budda delle periferie e di tanti altri romanzi che hanno raccontato le trasformazioni del melting pot inglese e dell’Europa
«Mi chiamo Karim Amir e sono un vero inglese, più o meno. La gente mi considera uno strano tipo d’inglese, come se appartenessi a una nuova razza, dal momento che sono nato all’incrocio fra due culture lontane». Così si presenta il protagonista de Il Budda delle periferie di Hanif Kureishi. Per poi aggiungere, laconico: «Vengo dalla periferia di Londra e sto andando da qualche parte». Questo incipit stregò la scrittrice Zadie Smith quando andava a scuola e i compagni di classe si passavano quel romanzo, clandestinamente. Non solo per le scene di sesso, quanto per quel nome Karim, così comune per strada, ma mai incontrato in letteratura. Al pari del cognome del suo autore, Kureishi. L’autrice di Denti bianchi lo racconta nell’introduzione alla nuova edizione Bompiani di questo irresistibile romanzo che ha già compiuto 25 anni. Con tono apparentemente leggero e scanzonato The Budda of the suburbia (questo il titolo originale) raccontava l’immigrazione, il razzismo e l’incontro-scontro fra differenti culture nel sud-est della capitale britannica, con dialoghi scheggiati, vicende picaresche e una prosa musicale ispirata dalla scena punk  rock inizio anni Ottanta, dalla quale viene anche uno dei suoi protagonsti,  Charlie ispirato a David Bowie, che poco più grande di Kureishi frequentava la sua stessa scuola della periferia londinese.

Il Budda delle periferie «era un libro che si rifiutava di rigare dritto» scrive Smith. Anche per questo colpiva e ci riesce ancora. Perché non è un libro politicamente corretto. Perché mostrava un nuovo modo di essere asiatici a Londra. Perché manda a gambe all’aria molti luoghi comuni e ha la vitalità contagiosa del suo protagonista, un diciassettenne scansafatiche (e con molti sogni), che mentre naufraga il matrimonio dei suoi, cerca un proprio posto nel mondo; avendo ben presente cosa significa far parte di una minoranza “invisibile”. Temi che con grande forza politica emergono anche da My beautiful laudrette (1985), la prima di molte sceneggiature di Kureishi realizzate poi dal regista Stephen Frears. A cui se ne sarebbero aggiunte molte altre. Scritte per Frears e per altri importanti registi. Basta pensare ad Intimacy con cui Patrice Chéreau vinse l’Orso d’oro a Berlino. Ma 25 anni dopo che ne è del multiculturalismo che Il Budda delle periferie sembrava preconizzare? E come si presenta l’Inghilterra di oggi, in cui la sinistra ha subito una secca sconfitta alle elezioni? Lo abbiamo chiesto allo scrittore anglo-pakistano che il 6 giugno al festival cagliaritano Leggendo metropolitano partecipa ad un incontro dal titolo“Voci dalle periferie”.

« Se usciamo da Londra il multiculturalismo non c’è proprio in Gran Bretagna. Vige il pensiero unico del neo-liberismo», risponde Kureishi con il suo modo franco e gentile, quasi stupito, come se fosse un’ovvietà sotto gli occhi di tutti. «In Inghilterra i conservatori, dopo le dimissioni di Cameron sono ancora al governo  e il capitalismo domina incontrastato».

E il melting pot londinese di cui tanto si è parlato al cinema e in letteratura?

Intendiamoci viviamo in una società multirazziale, specialmente a Londra s’incontrano persone provenienti da differenti background. Ma non parlerei di multiculturalismo, ognuno vive la propria cultura in privato. Il multiculturalismo è qualcosa di profondamente diverso, che implica possibilità di scelta, anche fra opzioni politiche differenti. Non penso che una società multirazziale possa diventare in modo automatico una società multiculturale. Certo, molte più persone oggi prendono la parola, in letteratura, in tv, al cinema, in politica, prevenendo da differenti contesti culturali e razziali. Ma questo non basta a fare della Gran Bretagna un Paese multiculturale.

Dal film My Beautiful Laundrette emergeva una forte denuncia dell’ingiustizia sociale e delle discriminazioni dell’era Tatcher, ma si mostrava anche una opposizione di sinistra viva, combattiva, con molti ideali. E oggi?

La sinistra inglese mi pare abbacchiata, anche per l’esito del referensum sulla Brexit. Sta riflettendo sull’accaduto e su se stessa. Non per offrire una giustificazione alla sconfitta, ma bisogna dire che in Gran Bretagna i media di destra sono molto forti. A parte il Guardian, tutti i più grossi quotidiani solo in mano ai conservatori. La Bbc pretende di essere neutrale ma non so che senso abbia, dal momento che sempre più persone vivono in povertà, mentre una ristretta oligarchia sta diventando sempre più ricca e potente nonostante l’austerity. I ragazzi lasciano l’università senza sbocchi lavorativi. La grave crisi economica che l’Europa sta attraversando fa sì che i Paesi più “deboli” siano messi in ginocchio dal debito. Direi di più: questa è un’economia del debito che alimenta circoli viziosi e distruttivi. Sempre più persone e intere nazioni come è già accaduto per la Grecia si trovano in condizioni di insolvenza. Sono soldi che non riusciremo mai a restituire. E per la sinistra è sempre più difficile trovare efficaci vie d’uscita. In Inghilterra in particolare è diventato molto più difficile dopo l’era Tatcher che ha distrutto le istituzioni pubbliche, ha privatizzato e ridotto l’intervento dello Stato, ha cancellato le case popolari, il welfare e ogni rete di protezione sociale. L’unico obiettivo oggi è il profitto e questo è molto scoraggiante per chi, come me, è di sinistra.

La letteratura può fare spingere le persone a reagire?

Gli scrittori possono mantenere viva la cultura e accendere lo spirito critico. Quello che puoi fare è continuare a scrivere, a far sentire la tua voce, provando a far aprire gli occhi alla gente su ciò che stiamo vivendo. Quando ho scritto Il budda delle periferie volevo far conoscere una storia. Che al fondo era la mia, quella della mia famiglia. Una storia che volevo raccontare perché non era mai stata raccontata prima. E volevo scriverla come fosse una commedia, anche se alcune vicende avevano risvolti drammatici, per trasmettere qualcosa di positivo alle persone. Non volevo che fosse un libro nero, depressivo. Questo è tutto ciò che possiamo fare. Siamo solo dei narratori. Ma se sei fortunato puoi riuscire a cogliere lo Zeitgeist,  ciò che è latente, offrendo per così dire una visione, strumenti di lettura.

Oggi quale potrebbe un esempio?

Oggi mi piacerebbe leggere delle nuove “comunità” che si vanno formando in Europa, fatte di immigrati, lavoratori ecc. Mi piacerebbe leggere di nuove realtà sociali che nascono in differenti Paesi, in Italia, in Francia, in Germania, storie che – appunto – non sono state ancora raccontate. Anche se forse non hanno molto a che fare con il multiculturalismo. Potremmo definirle storie di gente “non bianca”. Perché i migranti non hanno un volto e non hanno una storia agli occhi degli europei. Quasi fossero alieni pronti all’invasione, invece che esseri umani.

Cosa pensa delle politiche dei respingimenti e dell’assenza di cordoni umanitari , mentre ogni giorno aumentano i morti per naufragio nel Mediterraneo?

È una situazione terribile. Gli immigrati possono essere facilmente denigrati e attaccati dal momento che vengono considerati alla stregua di merci, come oggetti e non come persone. La libera circolazione dei corpi è dettata dalla legge del profitto. I ricchi comprano la libertà di viaggiare, possono andare dove vogliono, mentre i poveri non sono mai ben accetti, ovunque vadano. Come dio o il diavolo, l’idea di migrante creata dalle menti politiche europee è una allucinazione, una proiezione paranoica. E la faccenda è tanto più grave, dal momento che questi migranti e rifugiati sono persone che scappano da guerre, fame e vicende che non gli permettono di vivere nei loro Paesi d’origine. Per salire su barconi del genere devi avere davvero delle buone ragioni. Ma le politiche europee stanno rispondendo in modo aggressivo, violento. Sarebbe una tragedia se l’Europa diventasse un sorta di fortezza, con un grande muro attorno che impedisce alle persone di entrare. Senza contare che l’Europa ha bisogno di lavoratori per il successo dell’economia. Questo è indubbiamente vero per la Gran Bretagna. Una nazione che per secoli ha vissuto di colonialismo. Sarebbe pura pazzia pensare di poter tagliare i legami fra l’Europa e il resto del mondo.

Cresciuto in una famiglia musulmana e ateo dichiarato, dopo la fatwa ricevuta da Sulman Rushdie lei ha scritto romanzi come The black album e Mio figlio, il fanatico che indagano il fondamentalismo. Come legge   la situazione dei giovani europei nati da immigrati oggi ?

Come molti giovani cercano un futuro, inseguono i loro sogni, hanno uno spirito rivoluzionario, anche se chi è andato a combattere in Siria o altrove si illude che quella delle armi sia la strada. Ammiro però il fatto che siano politicizzati, che si facciano domande, mi piacerebbe vedere i ragazzi europei più impegnati di quanto non lo siano stati di recente. Negli anni 60 e 70 i giovani si dedicavano moltissimo alla politica, formavano gruppi, facevano lotte per i diritti. Mi è dispiaciuto vedere tanti giovani europei diventare meri consumatori. Hanno creduto che il neoliberismo fosse l’unica scelta possibile, mi piacerebbe che si battessero contro la retorica dell’austerità, contro un sistema che crea solo disoccupazione proprio fra le persone giovani.

Più libri più liberi dal 7 all’11 dicembre

Lo scrittore anglo -pachistano Hanif Kureishi inaugura la quindicesima edizione di ‘Più libri più liberi’, la fiera nazionale della Piccola e Media Editoria, al Palazzo dei Congressi dell’Eur a Roma dal 7 all’11 dicembre, che vede anche la partecipazione di Roberto Saviano, come ha annunciato alla presentazione il direttore della manifestazione Fabio Del Giudice.
   In crescita e sempre più cosmopolita, la Fiera vede la presenza di autori provenienti da venti Paesi e quattro continenti fra i quali il tedesco Friedeich Ani, le scandinave Lena Andersson e Laura Lindstedt, il francese Marc Augé e il romeno Mircea Cartarescu. Folto il gruppo degli ospiti italiani con Andrea Camilleri, Erri De Luca e Antonio Manzini. Ci sarà anche un conftonto fra Nicola Lagioia, neo direttore editoriale del Salone del Libro di Torino e Chiara Valerio, responsabile del programma generale della nuova fiera milanese ‘Tempo di libri e si parlerà di come è cambiato  il mondo dell’editoria negli ultimi dieci anni.

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