«Chiedere alla casalinga di Voghera e al barista di Trani di pronunciarsi sul bicameralismo imperfetto è puro sadismo», scriveva qualche settimana fa Michele Serra, in una sua contestatissima “l’Amaca”. Sbagliava. O meglio, è probabile che qualche casalinga o qualche barista (ma anche qualche costituzionalista e qualche giornalista) non abbia votato nel merito della riforma costituzionale («Solo una piccola minoranza di italiani avrà la competenza e la voglia di farlo», continuava Serra, «e sarebbe sbagliato biasimare chi non lo farà»). Ma di votare, soprattutto il barista di Trani aveva molta voglia. Lo dicono i numeri, sorprendenti, che riconoscono al Sud il merito non tanto di aver fatto vincere il No – in vantaggio pressoché ovunque – ma di aver dato alla sua vittoria le dimensioni che conosciamo (59,1 il No, 40,9 il Sì), che hanno innescato reazioni politiche di portata inaspettata.

È interessante leggere i dati aggregati per macro regioni. Nel Nord-est, ad esempio, il No ha vinto con il 55,6 per cento, lasciando al Sì il 44,4; nel Nord-ovest il No ha raccolto un punto in più, il 56,5 per cento; nel Centro, il 56,1 per cento, con il sì al 43,9. È dal Sud e dalle isole che arriva la marea: il Sì è staccato di oltre 36 punti, con il No al 68,1 per cento. Ogni regione, e non solo la Puglia di Michele Emiliano (che ride leggendo i dati di Bari, città del sindaco Decaro, renziano e per il Sì, fermo 31 per cento), è diventata una roccaforte dei “professoroni”. La Puglia, è persino sotto la media, con il 67,2 per cento di No e un’affluenza del 61,7. È sopra la media, invece, la Campania, dove Matteo Renzi contava invece su Vincenzo De Luca e il suo lavorio. Lì il No è arrivato al 68,5 per cento, con la provincia di Salerno (città di cui è stato sindaco De Luca) al 64,7, e quella di Caserta, quella di molti sindaci convocati da De Luca per l’ultimo sprint a suon di «clientela», al 71,7.

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