La campagna elettorale di Donald Trump ha avuto come centro il furore contro le élite, le banche, i poteri forti che stringono legami con i politici di Washington. E poi toni estremi in materia di immigrazione e guerra al terrorismo, mano tesa alla Russia e promessa di cambiare le regole del commercio. E di portare uno stile nuovo a Washington.

Si può dire che, fatta eccezione per la prima, le scelte e le parole di queste settimane, siano conseguenti alle promesse: il presidente eletto si comporta come un bullo qualsiasi insultando via twitter chi lo critica, che si tratti delle Boeing, di una studentessa o di un sindacalista di base, rompe ogni regola diplomatica e sceglie gente inesperta – ma molto caratterizzata – per formare la propria amministrazione. E poi parla di questioni internazionali senza pensare alle conseguenze.

L’ultima uscita è quella sulla Cina. Dopo aver parlato al telefono con la presidente di Taiwan Tsai Ing-wen, ieri il presidente eletto ha accennato, parlando con Fox News, all’idea di porre fine alla politica denominata “One China”, una sola Cina, e di riconoscere ufficialmente la repubblica insulare. L’idea è quella di usare l’argomento con Pechino per ottenere concessioni sul commercio. Ovvero di rompere con una tradizione diplomatica di quaranta anni, non a causa di una crisi ma come strumento di negoziazione. Non proprio una mossa da diplomatico.

La risposta di Pechino non si è fatta attendere: «L’adesione alla politica di una sola Cina è la base politica per lo sviluppo delle relazioni bilaterali – ha detto Geng Shuang, un portavoce del ministero degli Esteri – Se cambia quella, non ci sarà nulla da discutere sulla cooperazione relativa ai principali settori». Più duro il commento del Global Times, quotidiano dai toni nazionalisti: La Cina dovrà lottare con il nuovo presidente, si legge più o meno nell’editoriale, «Solo dopo che avrà incontrato alcuni ostacoli e capirà che la Cina e il resto del mondo non si affrontano facendo i bulli, capirà come ci si comporta…Nel campo della diplomazia, è ignorante come un bambino».

L’editoriale, pure nei suoi toni accesi, coglie il punto: in diplomazia, specie con le altre grandi potenze con le quali i rapporti sono determinanti per gli equilibri planetari, non ci si comporta come a scuola. O come grandi imprenditori che usano la propria forza per imporre accordi nei propri termini – un classico della storia del Trump imprenditore.

Per la Cina il tema “Una Cina” è cruciale. L’unitarietà della Repubblica popolare, la rivendicazione che tutto ciò che è Cina è all’interno dei propri confini, è un aspetto centrale della propria percezione di sè. Il Tibet, le regioni di confine dove vivono le minoranze musulmane e le altre, Hong Kong un tempo, non esistono: le prime sono parte di un singolo, unico Stato centrale, le seconde non possono essere definite Cina. E dopo la distensione voluta da Nixon e Mao, la scelta di Washington è stata quella di riconoscere ufficialmente solo Pechino, garantendo Taipei che l’avrebbe protetta. Tra le due Cine l’intesa è quella per cui il tema non si solleva troppo. Si chiama diplomazia, è ricca di piccole e grandi ipocrisie, ma quella cinese è una cultura molto attenta alla forme e al rispetto reciproco e le uscite di Trump sono esattamente il contrario.

L’idea del presidente Usa, evidentemente, è quella di utilizzare il proprio stile negoziale anche alla Casa Bianca. Senza un disegno apparente e un’idea del ruolo degli Stati Uniti (o della Cina, o dell’Europa) nel mondo. Per questo sembra essere prossimo alla nomina di Rex Tillerson come Segretario di Stato: nessuna esperienza di politica estera, amministratore delegato (e una carriera tutta interna) alla Exxon, in affari con Putin. L’idea sembra quella di voler stringere un’alleanza strategica con la Russia per rimettere ordine in Medio Oriente. Senza rendersi conto che gli alleati americani nella regione sono nemici degli amici della Russia e che uno dei principali avversari di Washington, l’Iran, è un amico di Mosca – eppure Trump promette di rivedere l’accordo sul nucleare. Sulla nomina di Tillerson, le perplessità sono anche repubblicane: il senatore della Florida Marco Rubio ha twittato: “Essere un amico di Putin non mi pare il curriculum migliore per fare il Segretario di Stato”

Nel weekend il presidente eletto ha anche detto che «nessuno sa se il cambiamento climatico è davvero qualcosa di reale» e definito «ridicolo» il dossier CIA sulla possibilità che Mosca abbia influenzato le elezioni. Aprendo così un terreno di scontro con pochi precedenti tra l’agenzia per l’intelligence e la presidenza. E tra la prima e l’Fbi, che aveva a sua volta messo Hillary Clinton nei guai con la lettera sulla necessità di indagare sul computer di Anthony Weiner e cercare email provenienti dall’account di posta della candidata democratica. Sulla CIA almeno quattro senatori repubblicani moderati (e non amici di Trump), tra cui John McCain, hanno sostenuto che occorra avviare un’inchiesta. Non c’è fronte sul quale il futuro presidente americano non abbia problemi. La maggior parte se li crea da solo. Quelli che riguardano il suo Paese, invece, sembrano non riguardarlo.

 

 

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