Alla Grecia l’austerity fa male. Ormai lo grida a voce alta anche il Fondo monetario internazionale (Fmi).

Poul M. Thomsen and Maurice Obstfeld, rispettivamente direttore del dipartimento europeo e studi del Fmi, hanno pubblicato un lungo post sul blog dell’istituto in cui chiedono esplicitamente di fermare le politiche di risparmio.

L’intervento di due figure di primo piano del Fmi, ha decisamente chiarito la posizione dell’istituto di Washington nel contesto delle negoziazioni riguardo alla seconda revisione del terzo programma di bailout, definito nell’estate del 2015 tra creditori e il governo di Alexis Tsipras.

In particolare, Thomsen e Obstfeld hanno avvertito l’Eurogruppo che «l’obiettivo del 3,5 per cento di avanzo primario che Atene è chiamata a rispettare dal 2018 in poi, implicherebbe un livello di austerity che comprometterebbe la recente crescita economica».

Conseguentemente, i due direttori del Fmi hanno affermato che un «avanzo primario del 1,5 per cento sarebbe sufficiente», date le attuali condizioni e riforme in corso. Inoltre, nel post si legge che «l’esperienza dimostra come misure di breve periodo volte a raggiungere obiettivi [di risparmio] non sono compatibili con le ambizioni di una crescita nel lungo periodo».

La discussione sull’avanzo primario è quindi diventata uno snodo centrale della crisi greca. Durante la riunione dell’Eurogruppo di settimana scorsa, i partner europei e hanno infatti concesso un alleggerimento del debito, senza trovare però una posizione comune sui numeri dell’avanzo di bilancio per i prossimi anni.

Secondo la tabella di marcia ufficiale, creditori e governo greco dovrebbero trovare un accordo all’inizio del 2017. In vista delle negoziazioni, il post di Thomsen e Obstfeld smarca l’Fmi rispetto al governo tedesco, mettendo in piena luce i contrasti all’interno del fronte dei creditori.

In altri termini, Washington non è più disposta ad essere il capro espiatorio. Ora, gli occhi sono puntati sulla Germania.

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